Togli la maschera, metti la mascherina. Io, l’altro e il coronavirus.

Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca; tutto, anche l’inaudito, deve essere ivi possibile. E’ questo in fondo il solo coraggio che a noi si richieda: il coraggio di fronte all’esperienza più strana, più prodigiosa e inesplicabile che si possa incontrare. Che gli uomini fossero in questo senso vili, ha recato un danno infinito alla vita; la morte e tutte le cose a noi affini sono state tanto cacciate per difesa quotodiana della vita che i sensi, con cui le potremmo afferrare, sono rattrappiti. Ma l’angoscia davanti all’inesplicabile non solo ha impoverito l’esistenza del singolo, anche le relazioni da uomo a uomo ne sono state ristrette, come trasportate da un alveo di infinite possibilità su un argine incolto, a cui nulla accade. Chè non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma alla paura di un’esperienza nuova, imprevedibile, a cui non ci si crede maturi. Solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e attingerà sino al fondo la sua propria esistenza. […] Noi non abbiamo alcuna ragione per diffidare del nostro mondo, chè esso non è contro di noi. E se ha terrori, sono nostri terrori; se ha abissi, appartengono a noi questi abissi; se vi sono pericoli, dobbiamo tentare di amarli.

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

Pochi giorni prima che scoppiasse la notizia del primo caso di contagio di coronavirus in Italia, ero a casa con febbre molto alta. Una brutta influenza mi ha dato del filo da torcere e mi ha costretta a letto a fare indigestione di anti-piretici e di poesia. Quando l’influenza batteva i suoi ultimi colpi di coda sul mio corpo, veniva diffusa la notizia di un contagio anche in Piemonte con conseguente chiusura di tutte le attività pubbliche. Non avrei mai associato la mia influenza a questa contingenza che nel frattempo si stava manifestando se non mi fossero arrivate una serie di telefonate da parte di amici che, in punta di piedi, volevano sincerarsi della mia guarigione effettiva o comunque del mio stato di salute. Di per sè la circostanza potrebbe sembrare buffa: mi sono ritrovata a rassicurare gli amici impensieriti dal fatto che potesse esserci un qualche collegamento tra il coronavirus e la mia brutta influenza. Sembra che l’aspetto psicotico la faccia da padrone in varie circostanze, ed ho potuto viverlo in modo singolare e oltremodo ravvicinato. L’emergenza c’è ed è reale, e non si possono sottovalutare né le azioni né le conseguenze sottese ad esse. E’ uno stato di crisi più grande di quelli che abbiamo mai fronteggiato perchè non ne conosciamo i confini (anche se fosse vero, come sembra, che non è un virus molto aggressivo e i casi mortali sono limitati, le strutture sanitarie -il vero centro di tutto- non sono in grado di reggere tutti i controlli necessari e la terapia intensiva per un virus su scala mondiale). Però vorrei lasciare per un attimo il territorio del probabile e quello del possibile, e recarmi in quello del reale per capire cosa può offrirci. Certamente è bene essere prudenti e ascoltare i pochi consigli utili che ci arrivano da una comunicazione fatta apposta per terrorizzarci, la stessa che poi sostiene che non dovremmo farci prendere dal panico. Il coronavirus sta investendo le nostre esistenze: forse, speriamo, non dal punto di vista clinico, ma certamente da quello dei comportamenti, della quotidianità, del lavoro e dell’economia. Il remoto volto di una possibile pandemia ci ha messo in crisi perché in pentola a bollire non è solo la salute, ma le nostre abitudini, le nostre false sicurezze, i nostri paradigmi cristallizzati e irrigiditi da ragionamenti binari che conducono, di fatto, allo schieramento: o stai da una parte o stai dall’altra. E così, da una parte ci sono gli idioti che sottovalutano e fanno battute inopportune, dall’altra c’è chi soffia sul fuoco del panico o chi si sente mancare la terra sotto i piedi. Sempre e soltanto reazioni, lo strumento di una mente misera. Credo profondamente che questo sia un tempo ricco, gravido di segni, apparentemente vuoto di senso, ma con un grande potere di interrogarci tutti -più o meno silenziosamente- dal di dentro, a più livelli e strati fino a toccare e, si spera, a scuotere le coscienze, su chi siamo davvero e sulla volontà o meno di preservare il bene più prezioso di cui tutti disponiamo: il nostro tessuto sociale, le nostre relazioni, il nostro essere “esseri umani” e dunque finiti, fallibili, vulnerabili. Ed ecco che incombe la paura. Di perdere, di ammalarsi, di dare fiducia. Paura di sbagliare, di fallire, di abdicare. Paura del futuro, del vuoto, di patire fame e sete. In fin dei conti: paura di morire. Il cambio di paradigma richiestoci è fondamentale per affrontare uno stato di crisi e di incertezza che, altrimenti, avrà risvolti sempre più catastrofici. Diventa ancor più essenziale pensare abbracciando la complessità delle cose, le spinte diverse che attraversano qualunque fenomeno. Diventa ancor più essenziale, nel mezzo di una crisi, tentare di costruire idee e percorsi che -lasciando il virus nelle mani di virologi, medici, infermieri, che sono gli unici protagonisti- ci portino mentalmente e psicologicamente a superare il senso di crisi e a moltiplicare idee, progetti, sentimenti, valori. Nell’emergenza quotidiana, dobbiamo darci un orizzonte al di là dell’emergenza. Laggiù ben nascosto, ci deve essere un altro modo di toccare la vita più pienamente.

Nei tempi antichi, non solo il popolo d’Israele ma anche le culture dei popoli vicini s’appellavano a figure di riferimento, i cosiddetti profeti. Erano uomini normalissimi investiti del ruolo di mediatori tra la divinità e il popolo. Spesso spoileravano fatti talvolta angoscianti ma non predicevano il futuro, essi semplicemente leggevano il presente con l’occhio sapiente di chi, misteriosamente, impara a guardare lontano. Ancor meglio: leggevano i segni dei tempi e proponevano, senza imporre, delle soluzioni, perché una condizione di male non degenerasse in peggio e, anzi, potesse essere ristabilita. Quel che davvero credo è che questo momento storico ci interpelli personalmente tutti, ciascuno è chiamato col proprio nome ad esercitare quello sguardo profetico, ciascuno può e deve diventare profeta del suo tempo, andando un po’ oltre le notizie dei tiggì, il triste dato, la confusione e la dispersione, i consigli di chi poi, di fatto, esperto non è. Un sistema che mostra le sue nefandezze e i suoi buchi neri è senz’altro un’opportunità che “costringe” a cercare la verità da un’altra parte, ci dice di girarci verso un’altra direzione, di scavare nel fango alla ricerca di una fonte d’acqua che sia, finalmente, pura.

Eccolo lì, in mondovisione, il virus che ci mostra com’é la vita senza la vita, come si vive realmente -alcuni forzatamente- da isolati, senza nessuno accanto. E la conclusione è che non c’è vita senza qualcuno accanto perché siamo fatti per vivere assieme. E intanto «siamo tutti più soli» canta Cremonini, «tutti col numero 10 sulla schiena e poi sbagliamo i rigori». Il coronavirus non è solo il nome di un’epidemia che si sta espandendo su scala mondiale ma probabilmente anche il nome concreto che possiamo dare a quell’insieme di virus che circolano tra noi da molto tempo e che non riusciamo a debellare perché ci siamo autoimmunizzati e, rendendoci conniventi, abbiamo prodotto anticorpi senza sapere bene come. Rispetto ad una società liquida che vira sui sentimenti e si afferma solo sulle emozioni momentanee, il coronavirus rappresenta la punta dell’iceberg di un mondo che ci ha convinto che va bene così, che da soli è meglio (che poi soli davvero non ci sappiamo mica stare), che investire nelle relazioni fa soffrire e quindi è meglio evitarle e che i contatti fugaci ed occasionali sono preferibili a quelli duraturi, perché non impongono il dar qualcosa di te, figuriamoci dare la vita! Una mascherina per non contrarre il virus, una maschera per non contrarre l’altrui vita e farla fiorire, assieme alla mia. Quando abbiamo preso a sentirci comodi all’idea di avvisare qualcuno con un sms prima di poterlo chiamare al telefono? Chi ci ha persuaso che un messaggio vocale sia meglio di un caffè al bar, tete a tete, occhi negli occhi? Chi è veramente convinto che frequentare lo schermo del pc sia meglio di scendere giù, sotto casa, oppure in piazza? Che skype sia meglio che toccarsi e sentire gli odori? Quando è successo? E come si torna indietro? È tutta qui l’evoluzione della specie?

L’iper-connessione ci ha mentito, chi ci ha fatto credere di essere liberi, autonomi, ha bluffato circa il conferimento di una sicurezza, di un potere e del controllo su noi stessi e sugli altri, su ciò che ci appartiene, che siano affetti o oggetti indifferentemente. Questa maxi-bugia, se da un lato continua a nutrire il nostro bisogno primordiale di relazione, dall’altro ci denuda rispetto alla fragilitá della nostra condizione e invece di porla come prerogativa e risorsa, ce ne fa vergognare, in un loop insano e psicotico. Il coronavirus ci sta rivelando quanto l’altro, nella sua dignità pari alla mia, da potenziale “risolutore” della mia esistenza, sta sempre più diventando -se non lo è già- il mio più acerrimo nemico, il suo starnuto o la sua saliva sono la minaccia che incombe e che potrebbe, da un momento all’altro, sottrarmi la vita. Niente di nuovo rispetto ad un mondo giá sbrindellato dalla perdita del senso vero e ultimo del tempo, della storia, dell’umanitá.

Peró la storia sacra e la letteratura narrano ampiamente di popoli e di singoli che, perdendo tutto, ritrovano tutto, e che il ritrovare senso e senno è prerogativa di una rinuncia all’autosufficienza, al delirio di onnipotenza, alla laurea in tuttologia e alla sterile resistenza. E anche la storia ce lo insegna, con i suoi corsi e ricorsi, che la cura è spesso nascosta dentro alla malattia.

Elettra Ferrigno

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