Quanto resta della notte?

In questi giorni di quarantena e di misure restrittive, leggo che mi è permesso andare al parco. Stare in mezzo al verde mi riconcilia col mio sentire primario, mi aiuta a scendere dentro di me, abbassa le mie difese, disarma le mie resistenze e quell’ampia distesa di verde e di alberi che mi si apre davanti mi aiuta a proiettare quell’immagine dentro di me e a cominciare il difficile ed opportuno lavoro di scavo interiore. Su pascoli erbosi è contenuta una promessa di riposo o, quantomeno, di una più sana inquietudine. E poi somigliamo agli alberi, secondo la visione del cieco di Betsaida che Marco ci narra nel suo Vangelo. Così scelgo una panchina che mi permette di stare col sole in faccia e gli occhi chiusi e mi siedo, perchè in tasca e avvolta nella bocca, ho una pepita che scotta, ed è necessario scartocciarla in un posto sicuro. Quella pepita è la mia ora salvata dal resto del giorno, custodita dallo spreco inesorabile e sbranatore del tempo assegnato. Davanti al sole e immersa nel verde accolgo parole sacre. Capirle per me non è afferrarle, ma essere raggiunta da loro, essere così quieta da farmi agitare da loro, così priva di intenzione da ricevere la loro, così insipida da farmi salare. Restituisco in disordine una parte minima del dono di poterle frequentare. Quella pepita è contenuta nel versetto 11b del capitolo 21 del profeta Isaia, quella pepita è una domanda: “Shomèr ma-millàilah?”, “Quanto resta della notte?”. Viene rivolta ad una sentinella posta per annunciare quanto vede, e sono carri, cavalli, cavalieri ciò che vede, in un momento di grande smarrimento per il popolo d’Israele. Sul deserto del mare piomba l’oracolo della caduta di Babilonia, ma gli Israeliti sono così costernati, afflitti da «dolori come di partoriente», tanto da non riuscire a vedere e sentire nulla. Non riescono a gioire per la vittoria e la liberazione che sta per avvenire, e anzi, sono avviliti anche per i loro nemici appena sconfitti. In un solo verso Isaia raggiunge il culmine non solo della sua missione profetica, ma anche della poesia con cui la annuncia. Un verso che fa tremare per la sua grandezza e per il quale si percepisce tutta l’inadeguatezza nel meditarlo e nel tentare di comprenderlo. “Quanto resta della notte?” È ciò che le nostre vite si stanno chiedendo, con più o meno svilimento, in questi tempi di coronavirus e di #iorestoacasa. Tutti ci stiamo chiedendo: “Quando tutto questo finirà?” e ancora, incalzando con la preoccupazione: “Come andrà a finire?”. In un tempo in cui, volente o nolente, stiamo sperimentando l’impotenza della scienza, i limiti della politica, e le fratture dell’economia, un piccolo bacillo che vaga nell’aria, grande poco più di 80 nm, sta mettendo a ferro e fuoco tutte le nostre sicurezze, ogni vana certezza: nessuno sa più cosa fare perchè nessuno sa da che parte il pericolo potrebbe arrivare e anche il nostro compagno più intimo ci fa dubitare, ci risulta ostile e da proteggere allo stesso tempo. Come il popolo d’Israele, ciascuno, dentro la propria casa, sta sperimentando l’esilio. E’ lecito e umano chiedersi quando finirà e cosa cambierà quando tutto questo finirà. Allora il climax ascendente della poesia isaica può farci comprendere con estrema nitidezza qualcosa che vale non solo per i profeti ma per ogni essere vivente, certamente per gli umani: non siamo padroni del senso ultimo delle nostre azioni, della nostra vita, della direzione, del suo significato. Siamo mistero a noi stessi. Siamo dentro ad una sinfonia ma l’interpretazione dell’intero spartito non ci è data. Le nostre sinfonie sotto il sole, anche quelle maestose, meravigliose ed eroiche, sono sempre incompiute. 

Prendo in prestito dalla filosofa spagnola Maria Zambrano un’immagine forte, potentissima,  contenuta nel suo libro “I chiari del bosco”. Come temperie storica ci troviamo nella civiltà oscura del bosco; ritengo possibile, tuttavia, in accordo con Zambrano, rintracciare un chiarore lunare. Maria Zambrano prende per mano il lettore e lo accompagna dentro un bosco fitto e oscuro; egli si ritrova immerso, senza volerlo -c’è finito!-, dentro una radura che non è su nessuna mappa.  

Così scrive Maria Zambrano: «Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un’anima abita e custodisce. […] Non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell’istante e che mai più si darà così. Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. E l’analogia del chiaro con il tempio può sviare l’attenzione e resta il nulla, il vuoto, che il chiaro del bosco dà in risposta a quello che si cerca. Mentre se non si cerca nulla l’offerta sarà imprevedibile, illimitata. Giacché sembra che il nulla, il vuoto, o il nulla o il vuoto, debbano essere presenti o latenti di continuo nella vita umana e che per non essere divorati dal nulla o dal vuoto, uno debba farlo in se stesso, debba almeno trattenersi, rimanere in sospeso, nel negativo dell’estasi. Sospendere la domanda che crediamo costitutiva dell’umano, la funesta domanda riempita, alla presenza che si dilegua se la si incalza, alla propria anima asfissiata dal domandare della coscienza in sorgente, alla propria mente a cui non si lascia il tempo di concepire silenziosamente, oscuramente anche, senza che quella si interponga per domandare il rendiconto alla schiava ammutolita».

Zambrano sottolinea l’importanza del non cercare, del non domandare, perché chi non cerca è come se tenesse aperte tutte le possibilità di dono che potrebbero arrivare, che sono illimitate. Nella radura non bisogna cercare, nel chiaro di bosco bisogna stare con naturalezza, stare e basta. In quel chiaro del bosco si perde la percezione di tutto il bosco, è dato di stare in un frammento: quello deve bastare, ed è proprio lì che sopraggiungerà una luce. Viene dall’alto, da una fessura e non riuscirà mai ad illuminare tutta la radura. È una luce che trema, obliqua, opaca, eppure in quello spazio è data la possibilità di vuoto, di cavità. Il cuore è cavità per la Zambrano, spazio di interruzione, di discontinuità. L’apertura del vuoto del cuore è la massima etica dell’abbandono, dell’accoglienza di un Altro, della verità che si svela e si svela non tanto nelle parole e nei concetti, quanto nel guizzo di una luce. Mettersi in ascolto vuol dire farsi toccare da queste immagini, vibrare di quella luce ci può raggiungere. Nei chiari del bosco è possibile cogliere, appunto, un chiarore che si disperde ma lascia comunque una traccia. Non si tratta di un’illuminazione costante, esplicativa, ma di una nitidezza che balugina, che si compone via via nel “sapere sperimentale della vita”.

Mi gridano da Seir: 

«Sentinella, quanto resta della notte? 

Sentinella, quanto resta della notte?» (Cfr. Is 21, 11)

Zambrano ci dona un’altra immagine quasi plastica della notte, e ne parla sempre in relazione al giorno, o meglio, all’aurora. La notte non è mai notte assoluta, è sempre notte di qualcosa, l’oscurità da sola non fa notte. La notte è al confine ed è il confine col giorno e ogni confine è come una porta dunque non è netto. L’aurora è luce che trema, luce senza contorni, non c’è nulla di definito. È qualcosa che viene fuori dalla parte più oscura: la notte. L’aurora non arriverebbe se non ci fosse che la notte ad annunciarla, se non ci fosse che quella, la sua notte, a risvegliare il desiderio di manifestarsi nella luce, perchè, per cominciare la notte assoluta, non esiste… 

«In nome di quale ragione occulta, sconosciuta, l’Aurora appare e scompare? Appare così, senza ragione, si mostra all’improvviso, oscillando tra la purezza massima della ragione e il suo apparente opposto […]. Improvvisamente qualcosa che sembrerebbe naturale si manifesta come una rivelazione: il fatto che abbia colore. […] Ci sembra allora inevitabile che l’Aurora apra il senso, l’orizzonte e la luce di ogni giorno […], che la luce debba anch’essa farsi ogni giorno di nuovo, perché la vita, a sua volta, ogni giorno si faccia; perché l’essere e la vita uniti non muoiano una volta per sempre, come se fossero stati creati […] una volta sola e per sempre qui, dove siamo: se l’eternità ci si offrisse fin dal principio, se questo principio non fosse una gloriosa, impensabile rivelazione. Se il pensiero non dovesse alimentarsi respirando, anche solo per lievi istanti, l’eternità; un inconfondibile tremore, e quell’inconcepibile fiore che a volte è l’Aurora […]. È lei, l’Aurora, che fugge nell’istante in cui viene percepita, che si nega ad avere un corpo, che annuncia, tremando, questo sì, un mondo altro, in cui i sensi si trovano in un tempo proprio […]; poiché il tempo ci appare come il primo datore dell’essere, e non come il suo rivale.[…] Il vuoto in cui la bellezza appare, sarà a sua volta proprio esso a manifestarsi? Essere, essere in altro modo, o essere in verità, o oltre la verità, o oltre l’essere; vuoto e bellezza annunciano qualcosa che non si perde ma che non si dà. E lei è, così immaginiamo, l’unica tra tutti gli dèi e le parole che un tempo furono come dèi; lei è, ci sembra, la sola ad aver conservato quella condizione. Lei, l’Aurora» (Dell’aurora, pp. 27-29).

La missione profetica e la vita tutta non si esauriscono nel solco di una previsione, ma risuonano del dovere sacro di scuotere l’intimo dell’uomo fin nei suoi meandri più reconditi, raggiungendo anche, se glielo si permette, ciò che egli cela a se stesso. Quanto resta della notte… nessuno lo sa. Chi dice di saperlo è un venditore di fumo. Isaia rimodula i termini della nostra domanda, non ci chiede di non domandare, ma di rimanere nella domanda senza aspettarsi necessariamente la risposta, senza abbozzare pronostici. L’esortazione finale «Se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!» (Cfr. Is, 12), in sintonia con gli scritti della Zambrano, ci racconta di una domanda che sprona non a cercare il subitaneo di una risposta ma a intraprendere un viaggio. E’ domanda intrisa di attesa e di speranza nel tempo della notte, dell’attesa e della speranza di una Voce, dell’amico, della pace, del paradiso, della giustizia, dell’amore che ancora non torna. E’ canto di chi lotta per non perdere la fede, di chi sa che l’alba arriverà ma non si sa quando e il buio continua. E’ il pianto delle notti dell’anima, che non finiscono mai. E’ domanda che abita la notte, ignorante del tempo dell’aurora.  

La sentinella che “sta”, fedele al proprio posto di avvistamento, incarna tutti gli uomini e le donne del dialogo notturno, è il compagno e la compagna del tempo delle domande senza risposte. Può solo rispondere donando le sue uniche due certezze: che è ancora notte e che l’alba arriverà. Non è esperta dei tempi, non tenta previsioni sul momento aurorale. La speranza profetica non nega la notte e non nega l’alba, e la sua fedeltà alla vocazione sta nel saper restare ignorante tra la notte e l’alba e invitare i passanti a fare domande. I profeti amano passare il proprio tempo dialogando con chi chiede in cerca di risposte senza poter rispondere. E mentre abitano questa notte dialogante, iniziano i primi bagliori del giorno. I profeti non-falsi sanno abitare lo scarto tra la notte e l’alba, sanno stare con la propria ignoranza e con quella dei passanti notturni, accompagnano e riempiono la notte parlando e riparlando, ascoltando e riascoltando le domande di chi continua a chiedere: «Sentinella: quanto manca al giorno?».

In Napoli Milionaria, la celeberrima commedia di Edoardo De Filippo, anche Gennaro Jovine, quando la moglie Amalia gli chiede: «Come ci risaneremo? Come potremo tornare quelli di una volta?», intuendo l’angoscia della domanda risponde: «S’ha da aspettà, Amà. Ha da passa ‘a nuttata». 

Foto e testo di Elettra Ferrigno ©

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