Mai più soli

Nessun testamento reca in calce il lascito di una presenza: ci narra, semmai, di come sopravvivere ad un’assenza, prolungando la presenza nelle cose. Nessun discorso di addio è mai stato così carico di presenza come quello di Gesù. «Sono sempre con voi». Parole semplici, imbarazzanti da spiegare, al punto di pensare di profanarle. Osservare, ascoltare, stare, vedere, conoscere. Tutti sinonimi di amare. Se uno mi osserva, se mi ascolta, se sta con me, mi vede e mi (ri)conosce. In una sola parola mi ama. Amare: si può farlo a parole o vivendo le parole, quindi nei fatti e con la verità. Si può parlare di amore o viverlo e tradurlo in azioni che corrispondo alla verità del cuore. Se, perchè l’amore non pretende ma desidera la reciprocità, attende di essere ricambiato. Non ordini ma comandi: operazioni, parole da trasformare in azioni, in gesti che si espandono in ogni campo dell’esistenza e la amplificano, la fanno vibrare fino a farla risorgere, se muore. Per questo dove c’è l’amore non c’è orfanezza, né vuoto, né solitudine, né esistenza intera che non possa essere consolata, qualsiasi sia la sua condizione. 

«Non vi lascio orfani», non solo sarò con voi, di più: sarò in voi. Dentro, nel luogo più intimo di noi stessi. Con il Paràclito, lo spirito dell’Amore, che ci compartecipa della vita di Dio, vita vera, perchè vissuta nella verità. Quella che il mondo non conosce e così cede alla disperazione. Quella verità che afferma: chi ama non è mai solo, perchè è con l’Altro, che lo ama. «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Anche quando non lo sentiamo e dubitare è la via più facile da imboccare. Ma è una sensazione profonda quanto apparente. Perchè al di là dei sensi, intelligenza e volontà lo sanno: Egli cammina con te, siede con te, sogna con te perchè dimora in te. Il turbamento cede il posto alla fede. Non ci abbandona, ha detto così Lui. E noi gli crediamo. 

Queste pagine giovannee furono, nella letteratura europea, non solo ammirate ma prese a modello letterario per i discorsi di addio da far pronunciare ad uomini famosi. Il poeta tedesco Hölderlin, su questo modello, scrisse “Empedocle” (in italiano rititolato “La morte di Empedocle”, 1846), una sorta di tragedia in versi nella quale, ispirandosi al filosofo agrigentino, il poeta costruisce l’immagine del Wanderer, del vagabondo lirico, del cercatore famelico, un viandante della sapienza. L’eroico vate, dopo aver provato a realizzare nella società la perfetta unione di spirito e natura, ricerca questa conciliazione attraverso il martirio, unica via per ritornare al Tutto cui l’uomo sempre anele e che solo la poesia può sfiorare. Nella scena prima, Pantea dialoga con Delia e pronuncia questi versi:  

Senza bisogni muove
in un suo proprio mondo; 
in lieve arcana
pace va fra i suoi fiori… 
esser lui stesso, è questa
la vita, e tutti noi ne siamo il sogno. 


La sua gioia
è canto celeste poi tra gli uomini
ritorna, quando sono in movimento
e nel tumulto irresoluto è necessario
un dominatore; e qui governa il grande
pilota e reca aiuto; e quando infine
l’hanno guardato bene e alla sua presenza
comunque estranea, vorrebbero abituarsi
prima che se ne accorgano, dilegua:
lo attrae tra le sue ombre il quieto mondo
ove meglio si ritrova, quella vita misteriosa
che a lui è presente in tutte le sue forze. 

Hölderlin, Empedocles

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