Facciamo il presepe, e non dimentichiamo il bue e l’asinello.

Il mese di dicembre si apre con l’appello di Papa Francesco a riscoprire la bellezza del presepe, ad allestirlo nelle scuole, negli enti pubblici, nell’intimità di ogni casa. Rileggere oggi la storia della sua istituzione, ci può aiutare a riscoprire il senso religioso e sacro che il presepe ha, purtroppo, smarrito. Molti oggi vorrebbero eliminare la tradizione del presepe e di altri simboli natalizi con il pretesto di favorire in questo la convivenza pacifica con credenti di altre religioni, soprattutto con gli islamici. In realtà questo è il pretesto di un certo mondo laicista che non vuole questi simboli, non dei musulmani. Nel Corano c’è una sura dedicata alla nascita di Gesù che vale la pena conoscere. Dice: «Gli angeli dissero: “O Maria, Iddio ti dà la lieta novella di un Verbo da lui. Il suo nome sarà Gesù figlio di Maria. Sarà illustre in questo mondo e nell’altro… Parlerà agli uomini dalla culla e da uomo maturo, e sarà dei Santi. Disse Maria: “Signore mio, come potrò avere un figlio quando nessun uomo mi ha toccata?”. Rispose: “Proprio così: Iddio crea ciò che Egli vuole, e quando ha deciso una cosa, le dice soltanto. “Sii”, ed essa è” (Corano, sura III, 45-47)». 

Proprio a Greccio -località che san Francesco scelse nel 1223, tre anni prima della sua morte, per dare inizio alla tradizione natalizia del presepe- Papa Francesco ha firmato ieri la «Admirabile signum», una lettera che è un soffio sui carboni perchè il fuoco di un’antica tradizione rimanga acceso ancor oggi e possa riscaldare le menti e i cuori e trasmettere la bellezza della fede cristiana attraverso immagini e modalità semplici e genuine. Il testo, permeato di sfumature e rimandi teologici, ha carattere esortativo e si concentra sulla semplicità degli elementi ‘basic’ del presepe -Maria, Gesù, Giuseppe, la mangiatoia- che hanno il grande scopo di veicolare, attraverso l’immagine, tutta una vicenda e una storia intrise di mistero. «Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina» (cf. Admirabile signum).

Il senso del presepe per San Francesco era lo stesso che è all’origine dell’icona. Come l’icona è stata definita «una finestra aperta sul mistero», così anche il presepe diventa motivo di contemplazione di un mistero grande: Dio che si incarna nella storia facendosi uomo, anzi, bambino. San Francesco, più che concentrarsi sulla realtà ontologica dell’umanità di Cristo, ne voleva sottolineare l’aspetto esistenziale, commuovendosi fino alle lacrime per l’umiltà e la povertà con cui Dio decise di venire al mondo. «Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita» (cf. Admirabile signum). San Francesco, con la semplicità di un segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il presepe rientra in quello che nel Medioevo era la “rappresentazione sacra” e anche in quello che era la cosiddetta “Bibbia dei poveri”. La Bibbia, come libro scritto e parola viva, era allora accessibile a pochi. Affreschi, vetrate e immagini in genere rispondevano al bisogno di rendere presenti eventi e personaggi biblici anche a chi non sapeva leggere e scrivere. Il valore universale dell’immagine e della rappresentazione visiva nasce dal carattere sintetico e riassuntivo che essa possiede e che permette a chi guarda di abbracciare con un solo colpo d’occhio un’intera storia. Per una società frettolosa come la nostra, questa caratteristica è di grande importanza. 

Uno dei maggiori biografi del Santo, Tommaso da Celano, a proposito del presepe, riporta così la nascita del presepe, secondo il desiderio di Francesco: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello» (Tommaso da Celano, Vita Prima 84-86: FF 468-470). Per volontà di Francesco nel presepe sono presenti due personaggi: il bue e l’asinello. Nei Vangeli non è fatta menzione alcuna, né del bue né dell’asinello. Allora perché la tradizione vuole il Figlio di Dio nato sotto il fiato dei due animali? La meditazione guidata dalla fede, intrecciando tra loro l’Antico e il Nuovo Testamento, ha ben presto colmato questa lacuna, rinviando ad Isaia 1, 3: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende». Anche la versione greca di Abacuc 3, 2 ebbe un certo influsso: al posto della parola «anni» (in greco, eôn) c’era «animali» (in greco, zoon), e così la frase diventava: «In mezzo ai due animali tu ti manifesterai». La Vulgata accettò la traduzione dal greco e la frase fu tradotta: «In medio duorum animalium innotesceris». La traduzione corretta, invece, è: «In mezzo ai due esseri viventi (…) tu sarai conosciuto, quando sarà venuto il tempo, tu apparirai». Con i due esseri viventi si intendono ovviamente i due cherubini che, secondo Esodo 25, 18-20, sul coperchio dell’arca dell’alleanza indicano e insieme nascondono la misteriosa presenza di Dio. Così la mangiatoia diventerebbe in certo qual modo l’arca dell’alleanza, in cui Dio, misteriosamente custodito, è in mezzo agli uomini, e davanti alla quale per il «bue e l’asino», per l’umanità composta di Giudei e gentili, è giunta l’ora della conoscenza di Dio. «Nella singolare connessione tra Isaia, Abacuc, Esodo e la mangiatoia appaiono quindi i due animali come rappresentazione dell’umanità, di per sé priva di comprensione, che, davanti al Bambino, davanti all’umile comparsa di Dio nella stalla, arriva alla conoscenza e, nella povertà di tale nascita, riceve l’epifania che ora a tutti insegna a vedere» (Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù). L’iconografia cristiana già ben presto ha colto questo motivo: se la loro presenza non ha fondamento storico non vuol dire che sia da abbandonare. Le buone tradizioni hanno un valore, a prescindere dalla loro storicità: esse ci permettono di entrare in contatto col patrimonio di sentimenti e di valori del passato, proprio ciò che Papa Francesco ci raccomanda di non smarrire. Nessuna raffigurazione del presepe, pur nelle sue forme essenziali, rinuncia al bue e all’asinello. Questi due animali evocano un mondo agricolo, fatto di gente povera e laboriosa, e Gesù è venuto a riscattare e dare dignità soprattutto agli umili e ai poveri. 

Lo stesso Papa Francesco, all’Eremo di Greccio, il 4 gennaio del 2016 disse ai giovani: «Vi auguro che la vostra vita venga accompagnata sempre da questi due segnali, che sono un dono di Dio: che non vi manchi la Stella e non vi manchi l’umiltà di scoprire Gesù nei piccoli, nei poveri, negli umili, in quelli che sono scartati dalla società e anche dalla propria vita». Conviene fare il presepe allora, per allenare gli occhi a vederne tanti altri allestiti ai crocicchi delle strade, nei gesti feriali e comuni, sui mezzi pubblici, in famiglia. E quando li avremo scorti, quando li avremo riconosciuti… allora si, sarà davvero Natale!

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