Buongiorno, principessa!

Anche quest’anno ho scelto una cattedra di sostegno, ho scelto di mettermi in discussione accanto a dei bambini disabili. Ho scelto di percorrere una strada non facile, che non regala soddisfazioni, ma se hai il coraggio di percorrerla tutta, fino in fondo, regala lacrime di sfinimento miste a gioia incommensurabile. La mia sorte, quest’anno, per una serie di imprevedibili circostanze (perchè l’assegnazione dei casi è un atto di fede e rimane un’arcana scommessa), è caduta accanto ad una ragazzina di undici anni il cui nome per la privacy non posso rivelare. La chiamerò Sissi.

Dopo l’iniziale periodo di osservazione, è consuetudine stabilire un solido approccio relazionale prima di poter stilare un programma di lavoro che, di norma, coi ragazzi disabili subisce quasi sempre, in corso d’opera, notevoli feedback, marce indietro, ricalcoli di percorso. Revisioni e verifiche continue.

“Bene, Sissi, spieghiamo le vele e cominciamo a navigare vista. Quando vedi terra, io lo leggerò dai tuoi occhi ed esulterò di felicità”.

L’approccio con Sissi non è stato dei migliori: qualsiasi cosa (e nella gamma delle cose includo l’inimmaginabile con annessi universo, pianeti e pure le galassie) le proponessi, la sua risposta era sempre e solo una: «NO!», per tre lunghissime ed interminabili settimane.

-“Sissi, sposta il banco da sotto la cattedra perchè se no i tuoi compagni non possono scriverci su…”

-“No!”

-“Sissi, vogliamo imparare a scrivere e a leggere così faremo un grande cartellone sull’autunno da fare invidia a Gianni Rodari?”

“No!”

Le ho provate tutte, inserendo talvolta il rinforzo: ho messo in palio bonus, medaglie d’oro con dentro il cioccolato, disegno a mano libera alle ultime ore per lasciare libero il canale delle emozioni. Niente. Ma niente di niente.

Per molti giorni sono uscita da scuola prosciugata emotivamente, con la sensazione addosso -e fin nell’ultima fibra del cuore- di totale sfinimento. Non mi davo pace per tutti quei “no” scagliati con forza e decisione, senza nemmeno uno spiraglio di mediazione. Ho iniziato così a documentarmi finché un bel sito di psicologia mi ha dato indirettamente la risposta che cercavo. DOP, si chiama disturbo DOP: disturbo oppositivo-provocatorio. Non mi sentivo sollevata ma almeno ero riuscita a sapere cosa erano tutta quella sfilza di no, compressi dentro una sigla che io credevo potesse essere solo sinonimo di “denominazione di origine protetta”. E in parte era così. Sissi e la sua origine andavano protette. Cosa fare?

Mossa dallo sconforto, una mattina, prima di entrare a scuola, acquistai in edicola per Sissi un libro pieno di principesse da colorare. Quando lo vide, lessi un lampo di luce nei suoi occhi.

“Forse ci sono”- ho pensato, “questa chiave non aprirà il portone principale, ma mi accontento di entrare dal sottoscala”. Quel giorno Sissi imparò a scrivere il suo nome ed ultimò tutto il lavoro perchè dopo, ad attenderla, c’era una bellissima principessa che da tempo era chiusa in un libro e attendeva che qualcuno desse il giusto colore ai suoi vestiti, ai suoi capelli, che qualcuno le mettesse “il rossetto rosso perchè il rossetto rosso è sempre un tocco di bellezza” (cit. Sissi).

In alcune situazioni il saluto, l’espressione facciale, il tono di voce ed il cuore devono essere accordati, suonare un unico rintocco, solenne e carico di gioia.

“Buongiorno, principessa!”,

e col sorriso più largo che avevo cominciai ad entrare in relazione con lei chiedendole quale fosse la causa della sua particolare bellezza quella mattina. Ogni santa mattina.

-“Stamattina sei più bella del solito, cosa hai fatto?”

-“Ho mangiato i cereali a colazione”

-“Benissimo, allora siamo carichi per partire con questa nuova e meravigliosa giornata?”

Quello che era un piccolo, inavvertito cenno in giù della testa, è diventato qualche giorno fa un timido si.

Il potere del complimento. Ogni mattina un “Buongiorno, principessa!” urlato a squarciagola ha ricevuto in dono un agognato e strabiliante ‘si’. L’ho sentito, non era un’allucinazione!

Io non mi occupo di neuroscienze, non sono una pedagoga. Quasi ogni anno, per una follia del sistema scolastico italiano, cambio scuola. E nelle scuole i corridoi sembrano somigliarsi tutti, ma i bambini no. Sono tutti diversi, sono varianti uniche che impegnano un lato di me che scopro nuovo, tutte le volte. Mi mettono alla prova questi visi teneri, provati a loro volta. Non posso ancora cantare vittoria perchè il lavoro da fare, se lo guardo d’insieme, m’appare una montagna insormontabile. Però ho affidato allo sbaraglio di complimenti sinceri e ad un appellativo che fa ancora sognare una bambina disabile la mia sfida quotidiana con l’umano. E allora conviene un margine di improvvisazione, e credo che questa sia per definizione l’esperienza: farsi sorprendere, inventando un approccio imprevisto, da fuori-manuale. Esperienza non è un catalogo di mosse già pronte, è imprevisto.

“Buongiorno, principessa!” E la grazia è scesa. La bellezza è sempre un limite tra umano e infinito. “Buongiorno, principessa!”, a risarcire una dignità, o a rammentarla, chissà. E che forse ha funzionato perchè si, siamo tutti figli di Re! Serve qualcuno che, come e dove può, ce lo ricordi.

P.S. Il libro delle principesse è chiuso nell’armadietto, Sissi ed io non lo usiamo da giorni perchè tra i banchi di scuola c’è una nuova principessa, si chiama Sissi, ha carne ed ossa e oggi mi ha detto a voce “Ti voglio bene, prof!”

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