Apocalypse (is) now!

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Segni nel sole, nella luna e nelle stelle. Sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere.

Insomma, lo scenario è evidentemente apocalittico. Apocalisse. E’ la parola sulla bocca di tutti: dei giornali, delle televisioni, dei cantanti indie. E’ la parola dei giorni nostri, diventata sinonimo di tragedia, di caos e disordine. E ci mette dentro un profondo stato di inquietudine e di paura perché è inevitabilmente associata alla fine. Fine dei tempi? Fine del mondo? Fine dell’uomo? Fine personale o collettiva?

Eppure immaginare una fine ci serve perché è quella fine a determinare il fine. Il sapere di morire ci rende esseri umani: proprio quella fine da senso al nostro esistere, o almeno, così dovrebbe essere. La fine ci preserva dall’oblio e dall’apatia e ci trasforma in cercatori di senso.

E’ curioso che tutta la liturgia delle ultime settimane ci abbia parlato con le parole dell’Apocalisse e ancora oggi nel Vangelo ci ripete un leit motiv degno di nota: Il tempo è vicino. Ma cosa è questo tempo vicino? E’ vicino un nuovo inizio, non una fine. E quell’inizio è un tempo che sta nel mezzo, un tempo giusto -opportuno!-, in cui può accadere qualcosa di speciale. E’ l’occasione. Diceva Antoine de Saint Exupery: «Ci sarà sempre una nuova opportunità, un nuovo amore, una nuova amicizia. Per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio».

Allora cosa hanno in comune l’Apocalisse e l’Avvento? Come legare insieme la fine e l’attesa? Iniziano tutti e due con la lettera A e sul dizionario sono compagni su pagine stese sullo stesso fianco. Ma non è solo quello. Apocalisse non vuol dire fine, apocalisse è il mistero. La Verità è un mistero che sta oltre il velo e per affacciarsi alla verità bisogna riuscire a sollevarlo, quel velo. Apocalisse: togliere il velo, svelare, rivelare. Nell’attesa, dunque, che è un tempo propizio, accade la rivelazione. ‘Ho avuto un’illuminazione’, diciamo quando improvvisamente vediamo tutto, senza ombre e senza veli, come se fosse mezzogiorno. Le cose a cui per tanto tempo non siamo riusciti a dare una spiegazione o dalle quali attendevamo una risposta si stagliano improvvisamente lì, davanti ai nostri occhi, chiare e nette, mostrando tutta la superficie luminosa della Verità. Allora l’Apocalisse è una parola che precede il fatto, che lo promette. Non è un’anticipazione del fatto, ma una promessa contenuta nella parola. E’ una rivelazione che sta per accadere, che è già accaduta e che accadrà. Anche se indugia bisogna attenderla, perché è già qui, bisogna solo saperla vedere. E’ qualcosa che non viene da fuori, viene da dentro. E ci chiede di indagare la misteriosa fecondità della sofferenza, del fallimento, del dolore. Perché le catastrofi dentro e fuori di noi diventino un’opportunità di vita dentro la vita. Non si può cambiare il mondo, però si può cambiare lo sguardo. E’ tutto ciò che ci serve: uno sguardo che possa (ri)conoscere la primavera nell’inverno, la rosa di maggio racchiusa nella spina di dicembre, la ginestra dentro la crepa arida di un deserto. Dio che si fa uomo in una mangiatoia.

“Più mi immergo nel buio, più mi accorgo che entra luce” scrivevo l’altro giorno ad un amico. “Dentro di noi ci sono quattro stagioni, ma non vanno a tempo; autunno, inverno, primavera ed estate convivono, sono dentro di noi tutte e quattro contemporaneamente. La tua primavera dialoga col tuo inverno, poi scegli tu chi fare vincere. L’estate inizia sempre con quasi niente: una piccola gemma su un ramo. La vita ci regala momenti belli dovunque, ci dice cose nuove sempre”. A supporto ho una Parola: «Beati quelli che leggono e ascoltano» (cfr. Ap 1, 3). Che leggono con gli occhi il mondo come se fosse un immenso libro aperto, il più bello che si possa mai ricevere in dono. Che ascoltano col cuore, poggiandolo come un orecchio nudo sull’immensa superficie del mondo e lì vi scoprono un battito, un fremito, la Verità… quella verità che si fonda nel legame, nell’unione, nella fiducia. Nella fiducia: nonostante il dolore, la sofferenza, le catastrofi, il buio. Nella fiducia che, nonostante la fatica, fa tirare su la schiena e rende uomini e donne di speranza. Che trasforma gli sguardi di chi attende una rivelazione, e che sanno che la Verità ama abitare in tutti quegli occhi e in tutti quei gesti che nella grande cecità sanno vedere. Nonostante tutto!

L’Apocalisse ci consegna ad un tempo d’Attesa gravido di sogni ad occhi aperti su un o(l)tre. Oltre la fine, per (ri)nascere e diventare uomini e donne nuovi.

Chi ha sete venga!

Si, amen!

Mi fido.

 

 

Elettra Ferrigno

 

 

2 pensieri su “Apocalypse (is) now!”

  1. Ho sete e vengo a leggerti. Hai dato voce al mio desiderio principale: guardare il mondo e gli eventi con gli occhi di Dio. E’ la mia lotta quotidiana, avere fiducia nonostante ” tutto”.

  2. Condivido una suggestione avuta ieri perché credo calzi a pennello: festa dell’Immacolata, 00.10 inizio un triduo alla Madonna regalandoLe una corona di spine, addormentandomi mentre la compongo (non dico dov’ero nei primi 10 minuti della Sua festa per vergogna, ma Lei lo sa: per la cronaca non ero con Lei).
    La mattina mi sveglio e apprendo la notizia della tragedia avvenuta a Corinaldo nella notte durante il concerto di un famoso trapper italiano.
    Subito Le chiedo: perché Maria? Perché oggi? Se Tu avessi voluto avresTi potuto impedir tutto ed invece l’hai permesso, proprio durante la Tua festa! Cosa ci vuoi dire? Cosa mi vuoi dire?
    Il cantante nelle sue canzoni parla di ego, dei bravi ragazzi che Dio non vede più, che non pregano più, parla della brama di soldi e di successo, di come s’è fatto da solo per uscire dal ghetto e rinnegando le proprie origini esalta ogni vizio! Chi era a quel concerto in qualche modo sposava quei messaggi, e forse anch’io da casa mia, non per morale e in alcun modo per gusti musicali, ma nell’agire quotidiano. Fatto sta che la tragedia è accaduta durante la celebrazione del vizio, a quella festa vi erano più del doppio delle persone che vi potevano stare, il tutto per le tasche piene dei padroni; e chi era lì vi era per se stesso, non certo per Maria! Ed anch’io non ero con Lei: non ero con Lei ad attenderLa a mezzanotte! Non sono mai stato con Lei.
    Soffro per quei ragazzi, per quelle famiglie, per quel cantante e per me stesso, prego per noi peccatori! Ma Gesù non è venuto per i giusti, è venuto per noi ultimi, per noi pecorelle smarrite, so che è con noi (anche se noi proprio non Lo ascoltiamo): e questo mi dà la forza! Scusa Gesù.
    Maria mi chiama a Sè e mi avvisa di non addormentarmi mentre recito l’ “Ave Maria”: forse con una rosa in più ci sarebbe stato un ferito in meno; mi avverte di badare bene a ciò che scelgo, che faccio, che sono: perché avrò in base a ciò che dò e sarò in base a ciò che non sono.
    Perdono Maria, perdono!

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