mi piego ma non mi spezzo

Non mi piego ma mi spezzo

Né a noi né a Dio è bastata la Parola. Troppa fame ha l’uomo e Dio ha dovuto dare la sua carne e il suo sangue.

Divo Barsotti

Il Vangelo di oggi narra della moltiplicazione dei pani e dei pesci, un episodio conosciuto indistintamente da tutti come uno dei miracoli più straordinari che Gesù abbia mai compiuto. Anche io per tempo ho pensato che si trattasse di un miracolo più simile ad un atto magico, perché cinque pani e due pesci divisi per cinquemila uomini non possono dare come risultato dodici ceste avanzate! Ho pensato così finchè ad un’omelia un sacerdote portò con sé una pagnotta di pane, la spezzò e passò il pane al fedele seduto al primo banco, dicendo: «Così ha fatto Gesù: ha spezzato e ha passato il pane ad un altro, che ha spezzato e ha passato il pane ad un altro, e così via, finchè tutti, poterono mangiare». Poche altre omelie hanno avuto il potere di rimanermi così impresse: fu un’anticipo di Eucarestia, ed io potei vedere la moltiplicazione del pane concretamente sotto i miei occhi. Quel giorno quel Vangelo s’incarnò nella mia vita e mi lasciò dentro un segno. Quel ricordo mi suggerisce, ancor oggi, che la vera magia è dentro il gesto dello spezzarsi e del donarsi. Ed è sul verbo spezzare che oggi mi fermo a meditare. Mi sembra che tutto il Vangelo sia pervaso, tacitamente, da questo verbo, come se tutti i gesti e le parole ruotassero attorno a quest’unica parola, che racchiude il segno e il senso che Gesù ha voluto lasciarci, perché noi facessimo altrettanto. Egli spezzò il pane, spezzò le catene, ed infine, spezzò tutto se stesso per amore. Spezzarsi, infinito del verbo donare. Spezzare è preludio di abbondanza, la perdita dell’individualismo è condizione prima di ogni fecondità. Spezzare è divino, moltiplicare è umano: «date voi stessi da mangiare». «A gruppi di cinquanta», ma tutti, insieme. Fino ad oggi, a far memoria di Lui, in una comunione che si fonda nel legame, nell’unione e nella fiducia. La festa del Corpo di Cristo, offerto come pane, dice che il senso della vita è il dono di sé: unica strada per una felicità che sia di tutti.

Amore che vieni, Amore che vai.

In questa logica quando si perde, si vince. E’ sconfitto, è perdente solo colui che si è negato, che non si è dato come meglio poteva, se non è riuscito a darsi interamente. Con quel Pane, in ogni Eucarestia, io ricevo la forza necessaria non a piegarmi ma a spezzarmi, perché possa fuoriuscire da me tutto il meglio di me. Con tutta la mente, con tutte le forze, con tutto il mio corpo. Corpo, si. Casa di fatica, volto modellato dalle lacrime e levigato dai sorrisi, sacramento di incontri, luogo dove è detto il cuore. Se mi piego ne nasce egoismo, se mi spezzo ne nasce amore. Entra in me, con quel Pane spezzato, una grande responsabilità: quella di diventare, a mia volta, anima e corpo pronti a donarsi, a spezzarsi. E sono corpo spezzato tutte le volte che mi faccio disarmare dalle lacrime di un bambino, e le asciugo con la mia bocca. Sono corpo spezzato tutte le volte che accetto il rischio di non veder mai fiorire ciò che ho seminato, di aver amato senza contraccambio, di non veder mai tornare indietro a ringraziare qualcuno per il/la quale mi sono spesa. Sono corpo spezzato anche io in quella moltiplicazione di amore che è dentro a tutti quei gesti quotidiani che, talvolta, mi fanno letteralmente spezzare e stramazzare per terra ma che mi fanno figlia e che, nel ricordarti la grande dignità di esserlo, ti fanno rialzare il capo e ti fanno procedere a passo di danza anche in sentieri arditi. Non da sola, non il mio: insieme, il nostro. Ho bisogno di te, fratello, sorella, tanto quanto tu ne hai di me. Nessuno sarà mai abbastanza sazio da non avere più fame, nessuno sarà mai abbastanza inutile da non poter dare da mangiare.

Grazie, Signore, perchè oggi spezzi il Tuo cuore nel mio cuore spezzato. E’ in questa comunione che la luce riesce ad entrare e l’amore a (ri)generare.

Amore che vieni, Amore che vai.

testo di Elettra Ferrigno ©️

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