Le lacrime, sacramento della sete

Larmes d’or di Anne Marie Zilberman

L’altro giorno mi ritrovai in un caffè del centro a parlare con una ragazza. Nel raccontarmi qualche dettaglio della sua vita, cominciò a piangere. Mentre piangeva si scusava con me del fatto che non riusciva a trattenersi. Capii in quel momento quanto il gesto bello e profondo del piangere sia oggi reputato un tabu, un segno di debolezza che a tutti i costi bisogna proteggersi dall’esternare. C’è in quell’istinto di trattenersi non solo un bisogno di volersi mostrare agli altri meno deboli di ciò che si è, ma anche il tentativo di sollevare dall’imbarazzo l’interlocutore che assiste alla scena.

Eppure, le lacrime erano prerogativa dei grandi eroi omerici dell’Iliade e dell’Odissea: Achille, Odisseo, Ettore, Priamo, non si vergognavano di piangere. Anzi, essi sapevano di essere eroi nella misura in cui potevano sentirsi liberi di piangere, in quanto consideravano le lacrime un antidoto all’inerzia e all’aridità della morte. Di San Francesco d’Assisi si dice che, alla fine della sua vita, i medici attribuirono la sua cecità ad un eccesso di lacrime. Egli diceva che «al giudizio finale verranno pesate soltanto le lacrime».

Antoine de saint Exupery definì le lacrime un «paese misterioso». Per Gregorio Nazianzeno le lacrime sono un battesimo sempre accessibile. Cioran diceva che le lacrime sono ciò che può renderci santi dopo essere stati umani. Esse sono un linguaggio, un grido forte benchè misterioso, una sete che viene in tal modo dichiarata, esposta. Di più: le lacrime ci spiegano il sacramento della sete. Esse narrano la nostra sete di vita. Veniamo al mondo piangendo: nel pianto del bambino appena nato è nascosto il segnale più bello che ogni mamma attende con trepidazione. È quel pianto che fa esclamare «Evviva, è vivo!». Le lacrime sono anche la zona visibile, trasparente e viva del nostro desiderio. Scorrono da dentro verso l’esterno del nostro corpo, ma esprimono la più recondita e intensa interiorità. Il pianto è sempre una forma di relazione. Piangendo, infatti, si cerca un interlocutore in grado di raccogliere il più vero dei messaggi, quello del corpo, che, per certi versi, sorpassa quello sotteso alla comunicazione verbale. Ci sforziamo, talvolta, di nascondere le nostre lacrime, ma in realtà, anche inconsapevolmente, noi piangiamo perché un altro ci veda. Le lacrime rivelano, in questo modo, la nostra sete di relazione, il bisogno di essere consolati. Le lacrime sono una supplica ad una presenza capace di accogliere la nostra confidenza senza parole e di abbracciare la nostra vita, senza giudizi e per intero. Le lacrime danno un senso di eternità al nostro divenire, permettendoci di misurare la nostra sete e quella del mondo, il gemito che sale ai cieli, di questo immenso flusso umano in cui siamo immersi. «Attraverso le mie lacrime, io racconto una storia», scrive Barthes, sottolineando il fatto che le lacrime non solo rivelano l’intensità del nostro dolore, ma anche la natura della nostra sensibilità. Lacrime di gioia, di festa, di commozione, di pentimento, di notte oscura, di lancinante lacerazione, di abbandono, di angoscia. Emozioni, conflitti, gioie, solitudine, ferite. Le lacrime sono un traboccare che esprime l’eccesso di qualcosa. Ci sono quelle che, scendendo, annunciano profonde liberazioni. Ogni lacrima contiene la nostra biografia. Le lacrime dicono, in modo silenzioso, qualcosa della nostra identità profonda. Pensiamo alle nostre lacrime versate, o quelle che sono rimaste sospese, annodandoci la gola… Il dolore di quelle lacrime che non abbiamo mai pianto, Dio le conosce e le accoglie come una preghiera. Un salmo ci consola così: «Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia» (Sal 126). Gesù, nel Vangelo, ci esorta a sperare con queste parole: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (Gv 16, 20), e alla donna chiede «Perché piangi?», invitandola con tenerezza a rintracciare dentro di sè la causa profonda del suo dolore fino a chiamarlo per nome. Un proverbio contenuto nel Talmud rammenta agli uomini di non far piangere una donna «perché Dio conta le sue lacrime».

Per me le lacrime sono il dono più prezioso che io abbia ricevuto, dopo la fede. Anzi, l’una si è sempre accompagnata alle altre. Posso mestamente affermare che sono state proprio le lacrime, che cadevano come un velo, a purificare il mio sguardo e a riconoscere il passaggio di Cristo nella mia vita. Il mio incontro con Lui è stato possibile anche mediante le lacrime, nella loro forza travolgente e purificatrice. Nelle lacrime c’è una densità esistenziale, un sapore di quotidianità che profuma la vita e, con essa, la fede. C’è una sensibilità che avvolge il tutto della vita, anche quando questa è invisibile o dolorante. Le lacrime ci dicono che Dio s’incarna nelle nostre vite, nei nostri fallimenti, nei nostri incontri. Non siamo soli, tantomeno nel pianto. La grande speranza alla quale siamo chiamati è ravvivata dal quel versetto contenuto nel libro dell’Apocalisse: «E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Asciughi Maria, che oggi veneriamo col titolo di Consolatrix afflictorum, ogni lacrima dai nostri occhi perché possiamo riconoscere quel Dio-con-noi accanto a noi.

Testo di Elettra Ferrigno

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