«L’arrotino di Dio»

Noi siamo tutti lontani, smarriti,
né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo.
Vieni, Signore.
Vieni sempre, Signore.

(La nostra preghiera, D.M. Turoldo)

Ancora in posizione fetale, alla percezione della Sua in-visibile Presenza, s’era già talmente inebriato da sussultare. Comunicò alla madre i suoi balzi di giubilo e tutto il fremito della sua felicità sferrando calci e capriole al ventre perché non aveva ancora voce. Per questo, venuto al mondo, decise di farsi voce: certe missioni ti raggiungono sin nel grembo materno. Gli prestò bocca per il resto dei giorni, divenendo labbra della Parola, del Cristo una schiusa di voce, selvaggio tintinnio di corde vocali. Giovanni, detto il battezzatore: dei profeti ha la divisa -peli di cammello e cintura di pelle- del messaggio la voce: «Donne -uomini, vecchi, giovani e bambini, genti tutte- è arrivato l’arrotino! Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino! » (liturgia della II^ domenica di Avvento). Lo annuncia come una litania registrata e impressa nel nastro dei secoli, che corre veloce di profeta in profeta, le cui frequenze sonore sembrano molestrare i timpani nei momenti più inopportuni: quando si è affaccendati, o nel cuore di notti da sonno profondo.

Il bambino, definito anzitempo profeta dell’Altissimo, s’era intestardito di fare, da grande, l’arrotino, di voler girovagare -urlando a squarciagola- per incendiare la pace apparente e pigra del mondo col Fuoco di un Alfabeto divino. Per raddrizzare le strade sbagliate come fossero vecchi arnesi da cucina da battere come ferro caldo sul torchio, per sostituire con la Luce certe dispersioni di fumi tenebrosi, per arrotare vite rotte usando mole e pezzi di ricambio. Un giro di poche lune lo collocava in anticipo rispetto al Sole, e tutto doveva essere fatto prima che quel Sole sorgesse alto sul giorno della Redenzione. Prima che l’umanità restasse abbagliata dalla potenza della Luce Vera, però, era necessario prepararla al chiaro di luna. In pieno giorno quel Sole si ritrovò il dito di lui puntato dritto in volto: «Ecco l’Agnello di Dio». Girati!
Quella voce s’incamminò, sulla tovaglia rugosa e sconnessa del deserto di Giuda. Un deserto, che per la sua vastità e profondità spaziale compie, di generazione in generazione, il miracolo di ricapitolare tutti i tempi: nè prima nè poi, nè ieri nè domani, tutto rimane misteriosamente sigillato nell’indefettibilità dell’oggi di ogni esistenza in grado di accogliere Colui che viene. Il precursore arrotino è là, sulla soglia di un’arena ondulata e spoglia -l’Antico termina, il Nuovo avanza- deciso ad affilare la lama lucente di quella Parola in grado di penetrare fino alle giunture delle ossa, che di lì a poco avrebbe squarciato il velo del tempio e avrebbe annunziato, di Sè stesso, ch’era venuto a portare non la pace, ma la spada.
Lo proclama in quel deserto che oltre che del silenzio, è l’ambito delle parole che contano, oltre che riparo dall’assedio delle folle è anche il recinto degli incontri decisivi, la terra prediletta delle più struggenti e incontenibili dichiarazioni di intenti e di idilli nuziali, lo spazio della migliore formazione del popolo che Dio s’è scelto e offerto di condurre fuori. Poi ammonisce –“Fate frutti degni di conversione”– con la bocca piena di locuste tese a divorare dai cuori la menzogna del serpente antico. Il Battista è solo un anticipatore della maestria artigiana di Cristo. E’ Lui, il figlio del carpentiere, il solo capace, col Fuoco, di rimodellare la pietra trasformandola in carne. Di bruciare, in un Fuoco d’Amore, ciò che amore non è. L’Attesa di Lui diventa allora tempo di decisione di noi, chiamati come il Battista ad accogliere, proclamare e custodire un Fuoco, e non ad adorare la cenere della delusione e di mille disincanti. “Raddrizzate i suoi sentieri”, dunque. Non i vostri, i Suoi: date alla vostra vita la possibilità di innestare la Vita e il sogno di Colui che nel ‘qui e ora’, a sua volta, attende…
Anche in Cielo oggi è cominciato l’Avvento: per ogni uomo Dio sogna di condurlo verso le nuove stagioni del Regno.

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