La voce di Dio è un silenzio stritolato

Corredare di un’altra nota la Bibbia: non per apporre in calce all’infinito un’altra firma, ma per restituire riflessa una parte della luce che essa regala anche all’ultimo dei suoi lettori.

Erri De Luca

E’ giusto chiedere ad un testo spiegazioni sul silenzio? Si, nella Bibbia anche il vuoto, anche il silenzio è scritto.

Uno dei più significativi silenzi di Dio contenuti nel testo sacro è contenuto e concentrato in poco meno di un rigo. Dal capitolo 17 del primo libro dei Re, fino ai primi venti versetti del secondo libro omonimo, il testo narra di Elia, una figura che piomba in modo inatteso nelle sacre scritture. Di lui non c’è preambolo, misteriosamente compare e altrettanto misteriosamente scompare. Attraverso di lui, Dio dà del silenzio e di sé la più bella definizione. Dio è autore della Bibbia e suo protagonista. In letteratura questa coincidenza si chiama autobiografia. Il silenzio di Dio è un tratto autobiografico.

La vicenda è nota. Elia di mestiere faceva il profeta, egli denunciava il sangue innocente, l’arroganza del potere, il prostrarsi a dei stranieri. Solo contro tutti, in virtù di una voce, fece strage di traviati nel cuore, dimostrando che solo uno -YHWH- è Dio. Si era arruolato presso l’esercito del “Dio delle schiere”, aveva combattuto e aveva vinto: divenne un guerriero all’apice del suo successo. Aveva sperimentato l’onnipotenza di YHWH e l’aveva racchiusa in un delirio che gli aveva procurato una camminata tronfia e una boria incontenibile. Fino a quando una regina fenicia e idolatra di nome Gezabele, senza scrupoli né remore, non gli fu alle calcagna con una sentenza di morte. Lo “scugnizzo” di YHWH da vincitore che era, divenne un vinto. Non per paura ma per disincanto, si inoltrò nel deserto di Bersabea, in territorio giudeo, senza né cibo né acqua, tramando un suicidio nel cuore. In preda alla voragine di una violenta depressione, Elia sfidò la vita e pure YHWH: se Egli era davvero il Dio in cui aveva creduto e per il quale aveva combattuto, doveva immediatamente intervenire. Prerogativa di Dio è raccogliere le sfide, piacevole è pensare che le depositi in un otre che giace vicino a quello che contiene lacrime. Egli ascolta figli che lo sfidano e figli che piangono in egual misura. Così mandò ad Elia due segni, perché il raddoppio giova a chi riceve istruzioni e scagiona da qualsiasi sembianza di casualità. Si servì di qualcuno che gli procurò cibo e acqua sufficienti perché Elia afflitto potesse proseguire il suo cammino verso l’Oreb. Ciò che sembrava avere la fisionomia di una fuga cominciava ad assumere, però, i lineamenti di un pellegrinaggio. Dentro una caverna di quel monte, Elia, decise di passare la sua notte. Tra una domanda -“Che cosa ci fai qui?”- che anticipa il vento, e una risposta -“Sono pieno di zelo per il Signore (…) Sono rimasto solo”- che precede il silenzio, è contenuto tutto il viaggio. Sta maturando in quella grotta, come dentro un grembo, una nuova visione di Dio, capace non solo di cantare vittoria davanti alla luce, ma anche davanti alla sconfitta e al fallimento. Al versetto quindici del capitolo trentasei del libro di Giobbe sta scritto che Dio soccorre l’afflitto mediante sventura. La caverna di Elia diventa pulpito di YHWH, quello spazio angusto, da trappola, si trasforma in altoparlante per ascoltare l’immenso. Quando il corpo, il pianto, il pensiero stesso sono sbarramenti, il silenzio scalza la cortina, sgombra il campo al vuoto, vestibolo di Dio. Ogni santo lo ha appreso: a Dio occorre che l’uomo si ritragga. Allora la sua voce investe il mistico, lo solleva assorto. Come il flauto suscita il serpente avvolto dall’ipnosi, il santo risorge dal silenzio.

Al capitolo 19 del primo libro dei Re, al versetto 12b, leggiamo: “il sussurro di una brezza leggera” o “il mormorio di un vento leggero”, traduzioni fedeli alla versione greca. Alla lettera è invece: “voce di silenzio stritolato, ridotto in polvere, svuotato”. La sacra scrittura demanda ad un ossimoro la descrizione dell’estasi mistica di un incontro, anzi, dell’incontro per antonomasia: quello col divino. Elia tace: allora scende su di lui dal turbine dei cieli una voce di silenzio stritolato che gli porta scampo e illuminazione. Dio parla solo a colui che tace. Può aprirgli l’udito ma non può tappargli la bocca. A quel confine dove l’uomo smette, Dio comincia. Svuota parole e ammassa voce dentro il luogo più sacro al mondo: il cuore dell’uomo. Quello è il santuario in cui -più che altrove- si compiace di dimorare.

A farcire di significato quella voce di silenzio, come il ritornello di un canto, incalzano così i tre versetti precedenti al dodicesimo:

«Non nel vento, YHWH»;

«Ma YHWH non nel terremoto»;

«Ma YHWH non nel fuoco»;

Dio non lo si può conoscere attraverso le cose; nelle cose, semmai, è il suo riverbero. Nel vento è la sua forza in movimento, nel terremoto la sua forza potente, nel fuoco la sua forza ardente. Sua sostanza, però, è il silenzio. Svuotato, come le vacche e le spighe. Sottile, come la polvere e la manna. E’ toccato ad Elia, che cercava il fuoco di Dio nei segni, di imparare a rintracciare lo stesso fuoco in una Sua parola che sa di silenzio. La sua esperienza narra di un silenzio conquistato, che raggiunge l’essenza delle cose, che imbocca proprio nel fallimento la strada verso la vittoria: vedere Dio nella sua autenticità. Il suo cammino è comune a quello di quanti, solo toccando terra sono potuti ripartire dal cielo e verso il cielo. Di quanti, toccando il fondo più ruvido del fallimento e della delusione, in uno spazio di silenzio, hanno sperimentato la propria rinascita e sono stati riammessi alla vita. Quel silenzio svuotato di cui Elia fa esperienza è vissuto solo interiormente, in quello spazio sacro e inviolabile che è proprietà ed eredità esclusiva di Dio. Che assicura, a sua volta, silenzi svuotati. In uno spazio mistico i due silenzi si fondono: Creatore e creatura si toccano fino a diventare una cosa sola, un silenzio solo. Chiunque abbia fatto esperienza di Dio, non può che ricorrere ad ossimori e paradossi per la narrazione, s’accorge presto di non avere parole a disposizione che possano, con dignità, riprodurre fedelmente quanto accade, o è accaduto. E’ si un silenzio svuotato, perché ogni parola risulta inadeguata nel tentativo di dar senso ad un evento che stravolge la vita. Non dunque la semplice percezione che Dio è lì, quanto piuttosto la percezione di una Presenza che è assente: di un silenzio svuotato, appunto.

Di una cosa, però, si può certo dire: dove c’è silenzio, lì sta passando Dio.

© Foto e testi di Elettra Ferrigno

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