Uno scout è per sempre. Buona strada, Papa Francesco!

L’amore per l’Europa, che vi accomuna, non richiede solo osservatori attenti, ma costruttori attivi: costruttori di società riconciliate e integrate, che diano vita a un’Europa rinnovata; non protettrice di spazi, ma generatrice di incontri. Voi, ‘rover’ e ‘scolte’ di tutta Europa avete questo compito storico. Con il vostro cammino e i vostri sogni state già forgiando lo spirito europeo.

Papa Francesco agli scout d’Europa

Roma oggi è una città assaltata non solo dai turisti ma da ragazzi in uniforme scout, la stessa che ha un posto riservato nel mio armadio, usurata ma impeccabile, con le specialità perfettamente cucite ed il fazzolettone attorno al collo della camicia. Il mio fazzolettone era di tre colori: rosso, per evocare il sangue di Gesù e quello dei martiri e per ricordare di donare la vita; marrone, per evocare il colore della terra e per ricordare di essere umili; giallo, per evocare il colore della Sicilia e quello del Papa, e per ricordare di essere sempre gioiosi. Oggi cammino per le strade di Roma e, nel vedere così tanti scout, tanti ricordi mi stordiscono. Impossibile dimenticare le tante notti passate ad imparare le costellazioni, quella volta che son partita per una missione con tre compagni con solo il pane, una mela e un po’ di sale nello zaino. Una torcia e una destinazione. La paura mista all’allegria ed il suono del mondo nelle orecchie. Allora il cellulare non ce l’avevamo, e bisognava studiare stelle e mappe per arrivare a destinazione. E quanta -indicibile- felicità all’alba! Davvero il creato è il ‘social’ di Dio…

Quando incontro degli scout mi fermo sempre a parlare con loro, i miei occhi si velano un po’ di nostalgia lucida, e la mia mano destra, come in un riflesso incondizionato, mette il dito mignolo sotto il pollice, drizza le altre tre dita e sposta l’avambraccio in su, perché chi è stato scout non può salutare con un semplice ‘ciao’, ma deve rivendicare universalmente un’appartenenza, commemorare un ricordo perché diventi ‘ora e qui’, momento presente. C’è in in quel saluto un valore evangelico di grande forza: il pollice, che è il dito grande, sta sul mignolo perchè è il più piccolo e lo deve proteggere. Come a dire che, dovunque e in qualsiasi circostanza, bisogna occuparsi dei piccoli, dei poveri, di chi non ce la fa. E alle parole che Papa Francesco ha rivolto lo scorso 3 agosto in Aula Paolo VI ai circa cinquemila ragazzi dell’Unione internazionale delle guide e degli scouts d’Europa, mi sono commossa. «Guardate le vostre mani, fatte per costruire, per servire, donare per dare agli altri e dite a voi stessi: “I care, l’altro mi riguarda». Sono parole che mi hanno ricordato un canto, che ho imparato da lupetta e che lo spirito riporta alla mia mente e a fior di labbra ancora oggi. Si intitola “Il mio Maestro” e fa così: “Le mie mani con le tue possono fare meraviglie, possono stringere, perdonare e costruire cattedrali. Possono dare da mangiare e far fiorire una preghiera”. Penso davvero che chi è stato scout lo rimane per sempre. Ed io, che non sono più una scout da molti anni, in fondo lo sono ancora e credo che lo sarò per sempre. Ciò che si porta dentro da una vita, anche se messo lì, in un angolo, da tanto tempo, difficilmente sparisce. Ritengo che il tempo dagli 8 ai 18 anni sia stato, per la mia vita, il lungo periodo di semina del bravo agricoltore. Ciò che Lui ha sapientemente piantato, ha continuato a dormire dentro di me senza mai marcire. Anche quando sono diventata una figliol prodiga, quel seme gettato, sottoterra, preparava, a mia insaputa, grandi stagioni di fioritura e di raccolto. Dio non spreca nulla di ciò che ha seminato con amore. La sua via è un filare concimato con pazienza. I suoi tronchi non vengono potati, anche se per anni non hanno prodotto rami fecondi. La sua amorevole insistenza mi dice, oggi, di cambiare il mio sguardo rispetto a tutto ciò che apparentemente è sterile e non può portare frutto. In me e negli altri. 

Esser scout non è sinonimo di giovane marmotta, come il pensiero comune spesso dichiara. C’è lo spirito d’avventura, si, e i gavettoni. Le corse spensierate nel fango e le divertenti cacce al tesoro. Gli scout, però, sono uno stile di vita. La posa strategica del vero scout è sull’attenti, è quell’“Estote parati” -sempre pronti, sempre in ascolto. Come le sentinelle  del mattino, che san Giovanni Paolo II intravide tra la folla di giovani nel 2000 a Tor Vergata. E’ frequentando gli scout che ho imparato quanto sia fondamentale avere delle regole, e quanto ancora più importante sia rispettarle. Che comandare è una cosa difficilissima, e organizzare la propria vita in tenda assieme ad altre dieci persone fa comprendere quanto sia prezioso il proprio spazio, ma nello stesso tempo quanto sia prezioso condividerlo con gli altri. Regole: niente mani in tasca, niente coca-cola, niente chewing-gum in bocca, niente che sia di più. Solo ginocchia al vento, uniforme ben portata. Nello zaino solo l’essenziale. Quel necessario che il Vangelo di ieri ci ha ricordato. Perchè chi fa strada, chi si mette in cammino, chi si pone in avanscoperta deve porre il proprio cuore nei piedi, nella strada, nelle stelle. Nell’abbandono e nella fiducia totale in un Altro, verso l’altro. Nei compagni che fanno strada con te. Indispensabili  perchè sono quelli che toglieranno lo zaino dalle tue spalle se non ce la farai, proprio in quel pezzo di strada in cui la salita si fa più ripida e sopraggiunge il fiatone. 

La giusta solennità dell’essere scout viene decretata da una Promessa. Parla di impegno, contiene parole importanti: 

“Con l’aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio: 

– per compiere il mio dovere verso Dio e verso la Patria;

– per aiutare il prossimo in ogni circostanza;

– per osservare la legge scout”. 

Una legge snocciolata in dieci punti, come le dieci parole. Gli scout pongono il loro onore nel meritare fiducia, sono leali, sorridono e cantano anche nelle difficoltà, sanno obbedire. Oggi quel decalogo non è più, per me, solo qualcosa da ricordare a memoria, è diventato un fatto pratico, un modus vivendi. Ho imparato il significato della parola “onore” molto presto, in una terra piena di ‘uomini d’onore’ che ne hanno stravolto il significato. Ho imparato molto presto che quell’onore ha a che fare con la dignità regale, la cui destinazione finale porta al cuore di ogni figlio di Dio.

Ora, a 35 anni, dentro questo zaino, che a volte si fa un po’ pesante, ho ritrovato tutto quello che credevo perduto. Tutto è tornato in modo più limpido, più amplificato, più prezioso. L’amore per san Francesco e la natura, l’idea della vita -e della vita di fede- come un cammino costante, la contemplazione del creato e dell’azione prodigiosa del Creatore, la sensazione costante di essere un piccolo tassello di un grande mosaico perfetto, il rigore e l’ordine, lo spirito avventuriero e quello di adattamento, lo sforzo di cantare, anche nella tristezza, l’amore e la ricerca del silenzio, che poi altro non è che la volontà di stare cuore a cuore con Lui. 

Oggi è tutto qui, dentro di me, come un tesoro che non si vede ma c’è. E’ fatto di occhi, di mani, di persone indimenticabili, di affetti autentici e di esperienze sulle quali si fonda la mia vita e dalle quali traggo forza. Di strade sterrate e di boschi bellissimi. Di canzoni attorno al fuoco e di borracce piene di acqua di sorgente. Costituiscono quel Regno di Dio, che è come quel tesoro nascosto nel campo del mio cuore. Un tesoro nascosto e ritrovato, per grazia, al tempo opportuno. 

E allora: zaino in spalla e via! Perchè la libertà arriva in cammino, passo dopo passo, insieme agli altri, mai soli. Parola di Papa Francesco!

Qui tutta intera l’udienza del 3 agosto 2019: https://youtu.be/HxG1Zh0k2Lo

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