Attraversare le ombre per arrivare alla luce. Pablo d’Ors ci racconta una via possibile: il silenzio.

Viviamo tempi in cui è credenza diffusa concepire il silenzio come una deprivazione rispetto a qualcosa che è fondamentale per l’esperienza e l’espressione umana, la parola. Eppure sembra che il silenzio, paradossalmente, voglia “farsi sentire”, irrompendo in un sistema contemporaneo pregno di onnipresente brusio, gravido di segni ma vuoto di sostanza e ipertrofico di forme di comunicazione. Si può parlare o scrivere, dunque, di silenzio? Descrivere a parole qualcosa che pare porsi in netta antitesi con la parola stessa? Laddove il tacere assume la connotazione negativa dell’astensione, dell’assenza, della privazione, possiamo tentare delle definizioni? La risposta è affermativa, dopo aver ascoltato Pablo d’Ors. C’è silenzio e silenzio, dunque.

Un esordio ironico, quello di Pablo d’Ors -presente alla XV edizione di Torino Spiritualità intitolata “Ad infinita notte”- che nella serata di sabato 28 settembre ha relazionato sul tema “Dio nelle ombre”. Il sacerdote spagnolo avvia la sua relazione invitando l’assemblea a fare alcuni minuti di silenzio, alla fine dei quali dice: «Grazie per questi momenti di silenzio, questo è tutto ciò che volevo dirvi, arrivederci!». Tutti esplodono in una fragorosa risata, mentre lui dichiara austeramente che oggi siamo pieni di parole alle quali, senza il silenzio, è impossibile attribuire un senso. Bisogna pertanto creare uno spazio di ricettività per poter accogliere –almeno- le parole che contano. Non può esserci oblatività, infatti, senza ricettività. Le parole di D’Ors sono leggere ma dirette, arrivano subito al cuore, come se non ci fosse alcuna differenza tra leggere le sue parole ed ascoltarle. Entra nel vivo della relazione in punta di piedi, con una citazione del poeta Rumi: “La ferita è il luogo da cui la luce entra in te”. «L’illuminazione –spiega d’Ors- è qualcosa che ha a che fare con le ferite, con la fragilità umana. Gli illuminati sono quelli veramente fragili, essi sono coloro che si lasciano continuamente toccare di più». Aggiunge poi che le ombre che abitano e coesistono assieme alla luce dentro il cuore dell’uomo sono, in realtà, un regalo dello Spirito, e che solo la luce è responsabile del nostro incontro con le ombre. Perché questo incontro con le ombre avvenga e si realizzi, d’Ors propone una strada: la meditazione. Essa è un cammino molto semplice, una via non facile, semplice. Richiede allenamento, attenzione, volontà. La società odierna ci ha convinto che la complessità è prestigiosa ma, in realtà, la nostra anima ha bisogno di semplicità. Sovente si è soliti accostare la parola ‘cultura’ alle parole o a coloro che hanno letto o sanno tanto, ma è veramente colto chi “si coltiva”, chi coltiva se stesso.

«Credo profondamente che esiste una cultura del silenzio» incalza il sacerdote «che va diffusa come si diffuse la sacra scrittura tra i fedeli dopo il Concilio Vaticano II». E’ necessario superare il pregiudizio diffuso secondo cui la vita contemplativa è prerogativa della vita monastica. Oggi più che mai la vera avventura è quella interiore, e non è appannaggio di pochi. La meditazione, dunque, è compagna intima del silenzio, che è a sua volta anticamera di un ascolto profondo di sé. Non ci sono ricette, ma c’è un paradigma attraverso il quale ci si può iniziare: parola, corpo, respirazione. La tradizione cristiana è la religione del Corpo di Cristo, essa trae forza dal respiro di una Parola. Il Corpo e la Parola sono i mezzi per eccellenza della Rivelazione nel Cristianesimo. Questo, non altro, vuol dire meditare: stare presenti a se stessi con tutto il corpo in un unico punto di esso, respirando una parola, quell’unica parola in grado di spazzare via tutte le parole superflue. Al netto di erronee credenze, la via dell’interiorità è la corporeità: non c’è esperienza spirituale che non sia anche esperienza corporale, ovvero un incontro con ciò che si è a partire dal proprio corpo, in grado di comunicarci più di quanto possiamo credere.

Dopo aver superato l’impasse dell’essersi resi conto di quanto possa risultare difficile stare fermi, sia corporalmente che mentalmente, avremo creato le condizioni necessarie per il vero silenzio. Lì, in quel silenzio, parleranno le ombre, ci si incontrerà –o forse ci si scontrerà- con esse. L’uomo è abitato da luce nel suo nucleo più vero e profondo ma attorno ad esso, in agguato, vi sono ombre: insoddisfazione, inferiorità, colpa, paura, insicurezza. Per arrivare a quel nucleo di luce, le ombre bisogna attraversarle. Ombre, altro nome dell’inconscio, dell’ego ferito che, attivando meccanismi di difesa, ci fa vivere la realtà senza accedere all’interiorità. Qui lo spotlight di d’Ors si posiziona sulla figura di Gesù Cristo. Per vedere, alla sua luce, la nostra luce. Egli non è venuto ad abolire la sofferenza, né a dissolvere l’ombra ma a redimerla. Redimere significa cambiare di segno. La Croce, con Gesù, ha avuto il suo ribaltamento di segno: dalla morte alla vita. Dove c’era il buio della morte, ha predominato la luce della vita. Gesù Cristo non ha evitato il male, se l’è caricato su di sé, non lo ha eliminato ma lo ha abbracciato. Ha abbracciato la sofferenza, e questo è il significato della Croce. Allo stesso modo noi, nella meditazione, dobbiamo provare ad abbracciare quelle ombre perché la luce incalzi il suo passo e si diffonda sull’ombra, perché ci sia una redenzione, un cambiamento di segno e di senso nella nostra vita. La via della meditazione allora può diventare anche via di guarigione. Come? Guardando a quelle ombre che opprimono il nostro nucleo di luce con uno sguardo amoroso e compassionevole, ma soprattutto con uno sguardo breve altrimenti lo sguardo amoroso diventa morboso e le ombre prendono il sopravvento.

Altro passaggio richiesto dalla meditazione, in questo attraversamento dal buio alla luce è di non risolvere, ma di dissolvere. La via meditativa, infatti, lascia da parte l’azione e il pensiero. Nel cammino per raggiungere se stessi, si può redimere il dolore senza risolverlo, senza agire, semplicemente ricevendolo, accogliendolo, abbracciandolo. Questo è il cammino che parte dalle ombre e ha come destinazione ultima la luce. Un cammino necessario perché la chiamata di ogni uomo non è solo quella di venire alla luce, ma di essere luce in territori oscuri e ombrosi.

Foto e testo di Elettra Ferrigno





Info sull’autore

Pablo d’Ors è nato a Madrid nel 1963 in una famiglia di artisti e letterati. La sua formazione culturale prende avvio in ambiente tedesco, si laurea a New York e poi fa rotta verso Roma, dove inizia a studiare filosofia e teologia. Diviene discepolo del monaco e teologo Sallman. Per cercare e fare silenzio ha percorso il cammino di Santiago de Compostela, ha attraversato il Sahara, ha soggiornato sul monte Athos. Nel 1991 viene ordinato presbitero cattolico a Madrid. Diviene cappellano universitario e professore di teologia e drammaturgia, e nel 2014 fonda l’associazione “Amici del deserto”, mediante la quale conduce esperienze di meditazione. Nello stesso anno, viene nominato da Papa Francesco consultore del Pontificio Consiglio della Cultura. E’ una delle penne più originali dell’attuale panorama letterario, -un narratore estroso, malinconico ed erotico, come lui stesso si è definito- il suo stile e la profondità di pensiero insita nei suoi testi richiamano, in modo talvolta esplicito, scrittori come Hesse, Kafka, Merton, Zweig.

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