La differenza tra differenziata e spazzatura c’è e sei tu. Lettera aperta ai miei compaesani

Anche quest’estate, come di consueto, sono tornata in Sicilia per la mia pausa estiva. Il mio arrivo è coinciso con il subbuglio di una provincia entusiasta per l’arrivo di Dolce e Gabbana. Templi addobbati, video virali con didascalie che suonavano così: questa-è-la-mia-terra, Sicilia-uno-spettacolo-magico, eccetera eccetera. Tutto vero, perchè tutto è bello in Sicilia. Sono stata fiera anche io del fatto che, tra le nove province, sia stata scelta proprio la mia, Agrigento, ad incorniciare vecchio e nuovo, passato e presente, storia e attualità. Abbiamo tante cose belle ma aspettiamo sempre qualcuno che ci tolga il velo dagli occhi e ci convinca che sono belle davvero. Da soli, ahimè, non siamo capaci di crederlo, non fino in fondo. 

Terminato l’evento, però, è tornato il disincanto ed i post esasperati sui social: non-se-ne-può-più-siamo-esasperati, eccetera eccetera. E’ tornato il disappunto ed anche il malumore perchè è tornato lo spettro della spazzatura. Che dico spettro!, trattasi di una vera e propria emergenza sociale, igienico-sanitaria, ambientale. Da quando i comuni hanno deciso di fare la raccolta differenziata non c’è angolo di strada rimasto immune da buste in plastica, alcune lasciate scivolare con nonchalance da finestrini di auto in corsa in pieno centro, altre depositate -per un vago senso del pudore- in luoghi un po’ più lontani da occhi indiscreti, nelle piazzole di sosta delle strade statali o negli slarghi dei viali di campagna. Il quadro sarebbe già deplorevole se non fosse che, ad inasprire la faccenda, ci si mettono i terrafuochisti, quelli che, a sera, incendiano la spazzatura perchè è il miglior modo, anzi, l’unica via per sbarazzarsene. Penso ai bambini che qui da noi, in tempo d’estate, giocano ancora per strada, costretti dalle mamme a rincasare in fretta per non respirare diossina. Penso ad ogni singolo cittadino costretto a respirare questo veleno misto a fetore, e che al tramonto, quando è ora di spalancare le finestre, deve chiuderle se non vuole passare la notte insonne, o col mal di testa, o col senso di nausea. Estate e finestre chiuse: qualcosa non torna. Mettiamoci anche l’avvistamento di qualche topolino a spasso per la città et… le jeux sont fait!  

Ho trascorso questi due mesi qui a parlare con le persone, a cercare di capire il problema alla radice, ho ascoltato opinioni, lamentele, sfoghi -ragionevolmente- al limite dell’esasperazione. La verità è che siamo gente dalle frasi lasciate a metà. Il mio sguardo sulla vicenda, oggi, non è certamente lucido, ma sicuramente più distaccato, e questo forse può aiutare a trasformare un malcontento in qualcosa d’altro, che non sia la semplice sfuriata fine a se stessa pregna di sterile indignazione, magari davanti alla telecamera di qualche tv locale, che va ad alimentare, però, solo il disincanto generale. La soluzione non è nella rivoluzione che passa dalle piazze e che grida “abbasso questo, abbasso quest’altro”, “cassonetti si, cassonetti, no”. Non mi hanno mai convinto quelli che “si stava meglio quando si stava peggio”. Forse a postare sui social i video sull’Amazzonia che brucia non concluderemo granchè, così come far dirette di fumi neri che rigano il cielo, continuando a dirci solo che non possiamo respirare, non farà altro che alimentare la nostra frustrazione e comunque non ci darà la soluzione.

Cari miei concittadini, la soluzione in tasca non ce l’ho nemmeno io, ma posso con veemenza affermare che la rivoluzione comincia a casa nostra, modificando la nostra etica e il nostro rapporto con le cose e chiamando in causa un po’ di smarrito buonsenso. Forse dosare il detersivo per lavare i piatti o la biancheria, ridurre l’uso di piatti di plastica usa e getta, mettere in funzione gli elettrodomestici alla sera, moderare l’apertura del frigorifero non risolverà la contingente emergenza ma l’ambiente ci ringrazierà. Qualcuno mi ha detto «Come si fa ad utilizzare piatti e bicchieri in vetro quando si è in 50 persone? Chi li lava poi?» Bene, quando l’usa e getta sembra l’unica soluzione, limitiamone l’uso, magari scrivendo il nome sul bicchiere, assicurandoci che possa essere usato nell’arco di tutta la giornata, invece che solo per cinque minuti! 

La spazzatura, meglio se differenziata, è una risorsa e non un mostro! Mi pareva retorico, ma forse non abbastanza, potermi esprimere in termini tecnici riportando uno tra i mille esempi utili per dire che cento bottiglie di plastica riciclate possono diventare una copertina in pile, ideale per scaldare le serate d’inverno sul divano; ci sono plastiche riciclate che diventano maglioncini simili a quelli venduti da Decathlon che rendono più confortevole fare sport nei mesi invernali. Che il vetro e l’alluminio sono riciclabili al 100%, e possono diventare bottiglie e lattine uguali a quelle precedentemente utilizzate. Che il nostro umido, con un adeguato e non troppo difficile processo di compostaggio -anche handmade- può diventare fertilizzante per piante, fiori e terreni. Conosco a memoria la vostra risposta: «A che vale fare la differenziata se non siamo sicuri che sarà ben divisa una volta portata nei centri smaltimento?». Mi spiace, ma non credo a chi si autoetichetta ineccepibile riguardo ai tempi e ai modi per la differenziata. Più volte ho dovuto far notare a qualcuno -giovani e vecchi indistintamente- che gli era “scivolata” la carta dalle mani, o dal finestrino!! Cari tutti, il paese lo facciamo anche noi che ci viviamo, e le nostre azioni e le nostre scelte quotidiane incidono, e non poco, sul volto sfigurato e sporco che, del paese, siamo costretti a contemplare. Non si può demandare la responsabilità solo alle istituzioni -che pure sono incapaci di amministrare la cosa pubblica e ad oggi non rendono ragione delle promesse fatte in campagna elettorale-, alla loro inettitudine nel svolgere il proprio ruolo, all’inadeguatezza mostrata da certa politica attuale, sia su piccola che su larga scala. Ma questo non può e non deve autorizzarci ad abdicare al senso civico e a rinunciare ad un entusiasmo che passando dall’intimità delle nostre case esce fuori, contagiando gli altri e liberandoli dalle prospettive infeconde e nefaste di chi sa solo propinare contestazioni rabbiose e passive. Non dimentichiamo che chi abbiamo delegato è lì per un voto che ci trasforma da attori impotenti a co-protagonisti di questa emergenza, che ci chiede di scegliere liberamente da che parte stare: se dalla parte di quelli che, sentendosi co-responsabili, co-responsabilmente agiscono, seppur nel proprio piccolo, o se dalla parte di quelli che si lasciano abbindolare dalla tentazione malsana e diffusissima di demandare ad altri, che demandano ad altri, in un circolo vizioso e senza fine. 

Facile mettere alla gogna, difficilissimo mettersi in discussione. Facile assumere e fomentare atteggiamenti distruttivi, più difficile convincere i disfattisti con opere e soluzioni alternative che non per forza debbono trovare i loro input iniziali nelle iniziative di funzionari e amministratori. «Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno», diceva Madre Teresa. 

Auguro ai miei compaesani di contribuire positivamente a questo oceano, e di appiccare fuochi, si, ma di entusiasmo dilagante. Ai giovani, miei compaesani, chiedo quella indignazione che si sceglie per compagna la bellezza, e non la rassegnazione, né tantomeno la banalità. Loro imploro, affinché non affittino la coscienza ad altri, né la regalino impunemente ai prepotenti. Per i terrafuochisti invece, questo è il mio augurio: prima di appiccare il fuoco possiate pensare ai vostri figli o nipoti, al futuro verso il quale li state consegnando, ai pomodori e alle verdure avvelenati che mangiate e che ci fate mangiare, alle falde inquinate che chissà se mai potranno tornare vergini. A quante persone state consegnando nelle braccia di tumori e mali inguaribili. Vi auguro che, pensando a tutto questo, vi faccia male il cuore. Perché il grido violento che la nostra terra sta sprigionando da ogni parte, dall’Amazzonia che brucia fino all’orticello che abbiamo sotto casa e che pensiamo preservato, risuoni nell’intimo di ciascuno di noi fino a tenerci svegli e irrequieti.

E a tutti -tutti!- “ci deve fare male il cuore”, almeno finché non troveremo la forza di alzarci e di fare qualcosa. 

4 pensieri su “La differenza tra differenziata e spazzatura c’è e sei tu. Lettera aperta ai miei compaesani

  1. Un’analisi ben fatta e dai contenuti seri, per nulla retorica e ricca di ottimi spunti di riflessione e d’azione. Elettra, ancora brava.

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