«Beato tu, Paolo»

Sembrerebbe quasi di rivolgergli un insulto chiamandolo beato. E’ perseguitato, calunniato, insultato, calpestato ed umiliato, minacciato costantemente di morte, ed è beato? Aggredito alle spalle e ferito brutalmente, costretto ad abbandonare la sua terra, a vivere oramai da quattro anni sotto scorta, scampato -poco più di un mese fa- ad un attentato architettato con dovizia di particolari: un’autobomba piazzata sotto casa ad attenderlo al suo ritorno, del quale riporta sul volto e nel cuore i tratti usuranti dell’angoscia e della paura. Puoi dargli del beato ad uno così?

Ho incontrato Paolo Borrometi, 35 anni, giornalista d’inchiesta siciliano, e guardandolo negli occhi ho scorto un riverbero scintillante di evangelica beatitudine. Seppur con la sua libertà blindata, con la sua vita impacchettata fino alla nevrosi, a me Paolo è sembrato beato… Seduti l’uno accanto all’altra abbiamo snocciolato quelle parole del Vangelo di Matteo, e mentre le riportavamo alla mente è capitato più volte di incepparci sulla beatitudine numero quattro: «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia». Di questa manciata di parole ne abbiamo respirato tutto il paradosso di cui si fanno foriere, ne abbiamo sentito il peso specifico, depositato e distribuito equamente nella responsabilità, nel coraggio, nella mitezza, anche nella paura e fin dentro la carne, di questo ragazzo. Fame e sete sono bisogni primari di ogni uomo. Fame e sete di giustizia diventano bisogni primari di chi, come Paolo, animato da una grande e concreta passione per l’uomo e per la terra di Sicilia, ha  il coraggio di rompere quotidianamente il dilagante silenzio complice di una imbecillità dominante, che nei suoi tratti esasperati ed esasperanti, prende il nome di mafia. Fondi segreti, tangenti sottobanco, evasioni fiscali, terremoti di scandali, scandali di terremoti, ambiguità bancarie, processi che s’insabbiano, rapporto predatorio col denaro pubblico, campagne elettorali truccate. E la struggente scoperta che anche la buccia di un pomodorino Pachino non contiene solo diserbanti naturali, ma i pesticidi letali dei volti di chi la mafia la fa e la impone. E inquina. La fame e la sete di Paolo si sono concentrate lì: non nel dire cosa è la mafia, ma nel dire chi è la mafia, affibbiando nomi e cognomi a quei volti che pretendono di agire indisturbati nascondendosi anche dietro a prodotti della terra che profumano e colorano la Sicilia e imbandiscono le tavole di mezza Europa. E’ affamato, Paolo: di una giustizia che onori non solo il suo lavoro, ma quello di migliaia di persone oneste che implorano riscatto e bramano liberazione, come da una schiavitù; di senso e speranza, da restituire al quel meraviglioso triangolo di terra -comprata, sfruttata, usata e svilita- attraversata dal rosso sangue di certe mattanze e ancora troppo, troppo gravida di lapidi e monumenti ai caduti. E’ assetato, Paolo: di verità, di fare verità. Di raccontare i fatti così come sono e non come si vorrebbe che fossero, o peggio, come alcuni vorrebbero che si raccontassero. Perché la libertà di parola è ancora un nobile diritto, informare un nobile mestiere. La mafia non ci sta, e scende in campo con le sue armi peggiori: le intimidazioni, le autobombe. Paolo neppure ci sta, e scende in campo con le sue armi migliori: la penna ed il cuore. Nel salmo 37, al verso due, è scritto cosa ne sarà dei malvagi: «Come l’erba presto appassiranno», il giusto invece abiterà la terra e vi pascolerà con sicurezza (cfr. Sal 37, 3). Preludio della beatitudine numero tre: «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra». Paolo, che ha la strada nel cuore (cfr. Sal 84, 6), ha srotolato un sentiero nuovo davanti a sè, è in cammino -e noi dietro a lui- verso quella terra, promessa a chi ne è degno perché di essa ne fa un dono e non un sopruso, una eredità preziosa e non una torbida ruberia. Beato tu, Paolo, che stai già contemplando la bellezza di quei cieli e terra nuovi, profetizzati solennemente da Giovanni, uno dei più grandi poeti di Dio (cfr. Ap 21, 1). Quella bellezza che sta a contrappeso dello sforzo e lo riscatta, quella bellezza decisiva più della paura. Perché nessun coraggio è bello come questa paura.

Un giorno la Sicilia sarà libera, l’hai detto tu, Paolo, e noi lo crediamo con te. Beato tu, Paolo; di quella fame e sete di giustizia che ti hanno stravolto la vita -per questo appetito soprannaturale- tu sarai abbondantemente saziato.

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