ll tempo del lavoro aveva dettato il ritmo al tempo del fidanzamento: tra fili da infilare sommessamente nella cruna degli aghi, e scintille rumorose provocate dagli attrezzi, erano trascorsi sei mesi dal giorno che Maria e Giuseppe, guardandosi, s’erano appartenuti e ora erano ad un passo definitivo dalla Promessa. Era quasi tutto pronto, la data del matrimonio era fissata per settembre. L’unico festeggiamento previsto dopo essersi promessi amore eterno era quello di tornare -per la prima volta soli- a casa, mano nella mano. Due cuori e un monolocale, più una piccola bottega di carpenteria nel retro del giardino. Maria e Giuseppe: un binomio che è ceralacca sui cuori di quelli che dall’amore attendono una lettera che ne dia definizione. Dall’arte combinatoria dei matrimoni, secondo la legge, s’erano fatti trovare amanti veri, secondo il cuore. Poi, il vento di marzo che soffia dai monti del Libano scompigliò capelli e progetti: prima che andassero a vivere insieme Maria si trovò incinta per opera dello Spirito Santo (liturgia della IV domenica d’Avvento). Quel maestrale, che a marzo è foriero di rinascite e soffia semi nuovi sui campi ancora intorpiditi dal gelo, cambiò una mattina la destinazione d’uso della semente, incalmando nel grembo di una piccola ragazza il seme di una nuova primavera: tutta l’umanità era chiamata a ri-nascere. Nel lasciarsi travolgere da quel Vento, Maria, scorse i passi belli e intrepidi del messaggero che annuncia la pace e la salvezza e pronunciò il suo Fiat. A Giuseppe, quell’angelo che soffiò nel grembo di lei la Parola, parve solo che annunciò l’inizio della fine, del suo matrimonio con lei e di tutti i suoi sogni di ragazzo innamorato. Non perché non le credette -Maria aveva deciso che non doveva aleggiare, tra loro, nessun’ombra di segreto che potesse alimentare sospetti e gli aveva confidato ciò che le era successo per filo e per ‘segno’- ma perché, abituato com’era all’umile paga dell’artigiano, non si sentì meritevole di un così grande dono. Giuseppe era uomo giusto, non pretendeva mai più di ciò che meritava, e per non essere d’ostacolo all’agire di Dio nella vita della sua sposa, decise di ripudiarla in segreto. La regalità davidica era finita a scorrere nelle vene di un carpentiere, che di essa aveva conservato la dignità di gran lavoratore e la sensibilità impavida di grande sognatore. Si fece scuro, sulla pianura di Esdrelon e pure dentro al cuore. Alla luce fioca del suo retro bottega, Giuseppe cominciò allora a ruminare quei versi della Legge –se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all’ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà a morte– rimanendo in balia di regole che aumentavano il suo struggimento e sbarravano la strada ad ogni soluzione, calcolo, criterio. Dentro alle venature di una panca di ulivo rintracciò la sua identità e dentro ai nodi di quel legno scorse la storia di uomini e donne che avevano cambiato le sorti della storia infrangendo la legge per poterla applicare. Su quella panca, arresosi, si addormentò con lo smarrimento nel cuore: gli offesi negli affetti sono i più afflitti in terra.
“Dorme il suo viaggio, lui, entra,fasciato dal suo sonnonello spazio che lo ingoiae nel tempo che lo attende.Entra nel suo futurolui, dormiente.” (M. Luzi)