Scegliere di scegliere, ovvero vivere veramente.

In mezzo ad un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio. E’ l’incipit del romanzo “Il castello dei destini incrociati”, tra le opere letterarie di Calvino forse quella meno conosciuta. Nel romanzo, l’autore costruisce un vero e proprio contenitore di storie a partire dalle figure dei Tarocchi marsigliesi e di alcune miniature estratte dal mazzo di tarocchi miniati da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano, verso la metà del XV secolo. Attraverso le raffigurazioni delle carte, Calvino accende il motore della macchina narrativa mostrando, con l’espediente letterario dell’allegoria, come ogni storia sia indissolubilmente legata ad altre. Intorno ad un desco, illuminato da candelieri, al chiuso di una stanza, si incontrano diversi personaggi che non si conoscono tra loro. A nessuno di essi è possibile parlare, tutti hanno perso la voce, l’unico modo per raccontare qualcosa di sé, della propria storia, è attraverso il dispiegarsi delle carte. Lungi dalle pratiche di arti divinatorie, Calvino nei tarocchi estrapola suggestioni e associazioni che gli permettono di creare un’iconologia immaginaria e a trasferirla, con linguaggio favoloso, dentro un’immanente realtà. 

Striscia subdolamente in tutta l’opera, palesandosi timidamente qua e là, la connessione intima che sussiste tra i vari protagonisti. L’attento lettore percepisce, via via che il romanzo si dispiega e le storie si sviluppano e nello stesso tempo si annodano, la eco del pensiero ubuntico, quell’appello ad un legame universale di scambio che unisce l’umanità intera. Ogni personaggio, infatti, è collegato a quello precedente, e alla sua storia, come proveniente da un unico mazzo, come cellula di un grande organismo. Il significato di ogni singola carta dipende dal posto che ha nella successione di carte che la seguono e che la precedono. Proprio come accade nella realtà: ogni scelta, ogni gesto personale ha una risonanza universale. Nel micro-racconto “Storia dell’indeciso”, Calvino mette in luce come anche il non (saper) scegliere è una scelta che, però, non conduce al godimento di nessun beneficio (o al raggiungimento di obiettivi) per se stessi e anzi, ne propaga l’effetto sfavorevole anche sugli altri. 

Ma è davvero lui o non piuttosto un suo sosia, che appena restituito a se stesso s’è visto venire avanti per il bosco?
– Chi sei?
– Sono l’uomo che doveva sposare la ragazza che tu non avresti scelto, che doveva prendere l’altra strada del bivio, dissetarsi all’altro pozzo. Tu non scegliendo hai impedito la mia scelta.
– Dove stai andando?
– A un’altra locanda da quella che tu incontrerai.
– Dove ti rivedrò?
– Impiccato a un’altra forca da quella cui ti sarai impiccato. Addio.

(I. Calvino, Il castello dei destini incrociati, pp. 57-65)

Quello che, sull’importanza di scegliere, Calvino narra con realismo magico usando l’espediente dei tarocchi, il coronavirus ce lo ha rivelato in modo brutale. Scegliere di uscire dalla propria dimora, per esempio, ha significato esporre non solo se stessi ma anche gli altri al rischio di un contagio. Il tempo della quarantena, e anche la presente fase 2 hanno fatto si che familiarizzassimo nuovamente con la sopita facoltà della responsabilità, e individuale e collettiva, che ogni adulto è interessato ad esercitare. Il luogo deputato ai processi che mettono in atto una scelta è quello della coscienza. E’ nella coscienza che nascono non solo le idee, i giudizi e le decisioni, ma anche tutte le iniziative e le operazioni che le realizzano. Essa può contenere energie latenti e potenzialità perlopiù non utilizzate dall’intelligenza e dalla libertà dell’uomo, se non le si presta il giusto ascolto, o se con essa non si stabilisce il giusto contatto. La coscienza manifesta lo spirito dell’uomo, la sua dimensione interiore in cui l’uomo può rifugiarsi per scoprire la verità o per riflettere su di sé per conoscersi meglio. Scriveva San Tommaso d’Aquino: «Reditio completa subiecti in seipsum». Dentro l’atto o la volontà di scegliere, l’uomo integra sensibilità, intellettualità, razionalità e responsabilità, in se stesso e con gli altri uomini. Perché la dimensione individuale di un io incontra sempre quella intersoggettiva per la quale egli sta in relazione con l’altro attraverso un noi primordiale, che dà un senso di appartenenza reciproca e che è la premessa dinamica originaria per il reciproco aiuto e soccorso, per l’impresa comune, per la simpatia che accresce le gioie e fa condividere i dolori. Occorre, dunque, non solo scegliere ma imparare a scegliere, e questo può stancare, perché presuppone un continuo lavoro interiore ed un sano distacco. «Se potessi fare a meno di decidere non sarei di certo così stanco» canta in “Tradizione e tradimento” Niccolò Fabi. Non è facile, ad esempio, debellare gli automatismi, deporre i pregiudizi, i miti o le credenze erronee (talvolta distruttive) e sottomettersi alla ricerca e conquista della verità con umiltà, perseveranza e fiducia. La vita interiore, come ha le sue difficoltà, così ha pure i suoi vasti e profondi benefici. 

Scegliere, dal latino: ex-eligere, scegliere da, separare la parte migliore di una cosa dalla peggiore, quindi eleggere ciò che è buono. 

In un tempo -viziato di manipolazioni mediatiche e inquinato da un cattivo uso delle parole- in cui avvicinarsi alla verità dei fatti sembra pressoché impossibile ed eleggere ciò che è buono può apparire un’impresa leggendaria, imparare a scegliere è il frutto più prezioso da coltivare e lasciare maturare con grande cura e dedizione. Scegliere. Da che parte stare, cosa guardare, chi frequentare, cosa fare e anche cosa non fare. Scegliere. Per noi e per gli altri. Tutto si sceglie nel frammento, nell’alleanza al quotidiano e ad una vita da nutrire, un passo dopo l’altro. Anche l’infinito si sceglie tra le pieghe del finito, del qui e ora, che sorveglia il passato ma anela al futuro.

Scegliere, anche i nostri pensieri. Perchè è scegliere ciò che ci permette di vivere e di non lasciarci vivere.

Foto e testo di Elettra Ferrigno ©

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